Che grande dono le donne!

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Femminicidio, ossia aberrazione, violenza senza pari, prepotenza di chi crede di poter dominare il mondo e gli altri esseri umani. Che possa piacere o meno, il vocabolario presto conterrà questo nuovo termine, o forse lo contiene già.  Prima che lo faccia la Treccani, proviamoci noi a definirlo e ci accorgeremo che molta della violenza di questi anni (o di questi secoli) potrebbe rientrare nel suo campo semantico, in un modo o nell’altro. Se le donne, infatti, sono le prime vittime della sete di dominio e di possesso, nulla ci impedisce di dare alla parola “femminicidio” un significato più ampio: sterminio dei più deboli, degli indifesi, di chi non sa, non può o non vuole difendersi. Uccidere una donna, una madre, un’amante, una sorella, una figlia, significa infatti uccidere il lato migliore dell’essere umano, significa uccidere una creatura (spesso) fisicamente meno potente di un uomo, una creatura indifesa perché gentile, una creatura che non sa, non può o non vuole difendersi semplicemente perché ama.

Già, l’amore. Sono anni difficili quelli che stiamo vivendo: anni in cui è facile perdere la fiducia, perdere la fede in qualcuno o in qualcosa, perdere la speranza e dimenticare, appunto, cosa sia l’amore. Le donne, per definizione, ci dicono tanto sull’amore, quello vero: passione, sacrificio, dedizione, pazienza, disponibilità e, perché no, anche rabbia e dolore. La rabbia e il dolore dell’amore, però, sono molto diversi da quelli che prova chi uccide. Chi uccide non lo fa per amore, ma per possesso. Lo fa per lucida cattiveria, non per un casuale raptus. Lo fa perché non accetta e non vuole accettare la regola d’oro dell’amore: chi ama conosce il rispetto.

Chi è una donna? Un cuore pulsante di vita, di amore, di gioia, così come di insicurezza, incertezza, timore. Un cuore in cerca di sicurezza, amicizia, affetto sterminato e infinito o anche in cerca di una passione momentanea; in cerca di un amore che strappa i capelli, ma che può anche perdersi (De Andrè docet) o in cerca di qualcosa, a volte indefinito e altre volte perfettamente chiaro, che può anche non arrivare mai. Insomma, la domanda “chi è una donna?” non potrà mai essere “che cos’è una donna?”. Se lo dimentica o lo ignora chi sfregia, soffoca, deforma, strangola, spara, accoltella, massacra e martella. Se lo dimenticano quei finti “pazzi” mai pentiti. Se lo dimenticano quelle losche figure che affollano (quando va bene e non la fanno franca) le aule giudiziarie in cerca di una giustificazione, di un alibi, di una salvezza terrena.

Piaccia o meno il termine “femminicidio”, piacciano o meno le migliaia di talk show televisivi che trasformano il dovere di cronaca in pettegolezzo, piacciano o meno le ridicole affermazioni di chi coglie pretesti per dichiarare ampollosamente la fine della famiglia (come se il fatto di essere “famiglia” esponesse maggiormente al pericolo), piacciano o meno i rilievi di chi segnala lo stesso fenomeno in chiave maschile, piaccia o meno sapere che siamo di fronte a un problema culturale serio e che in quasi il 100% dei casi l’omicida non è affetto da patologie che inibiscono la capacità di intendere e di volere, piaccia o meno sapere che il problema del femminicidio si potrà arginare parlando a tutti, anche agli uomini (per fargli capire cosa sia il vero amore) e non solo alle donne (per insegnargli a difendersi)…

…piaccia o meno quello che ho scritto, l’ho scritto per loro, le donne, il frutto più bello di un mondo sempre in bilico tra la forza d’animo e la fragilità. Un mondo che, in fondo, è come loro.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.