Che la pace metta forti radici

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E’ una calda e soleggiata domenica di giugno. Una cupola monumentale si staglia verso il cielo, accarezzata dai tiepidi raggi pomeridiani. In un giardino circondato da alte siepi quattro uomini stanno scavando una fossa per piantare un ulivo. A prima vista potrebbe sembrare un’azione di scarsa importanza, se non fosse per l’autorità di chi la sta compiendo: i quattro uomini sono infatti Papa Francesco, il presidente israeliano Shimon Peres, il capo dello stato palestinese Abu Mazen e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo. Il prato in cui stanno scavando si trova nei Giardini Vaticani.

Si tratta di un evento storico, senza precedenti, unico nella semplicità delle azioni e nella solennità che lo accompagnano: è un incontro di pace, libero da implicazioni politiche e religiose. Un incontro voluto da Papa Francesco per riflettere sulle ostilità che affliggono il Medio Oriente e per scongiurare un conflitto armato. Troppe sono le vittime di guerre, troppi i perseguitati, “piante strappate nel pieno rigoglio”. Occorre ripristinare un equilibrio che promuova la concordia e la tolleranza. Questo è l’auspicio del Papa che afferma che “per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra.” Coraggio è favorire l’incontro, promuovere il dialogo e reprimere la violenza, rendersi disponibili al negoziato e non alle ostilità, rispettare gli accordi e ignorare le provocazioni, essere sinceri e osteggiare l’ipocrisia. È questo lo spirito che anima la volontà del Pontefice nel riunire in Vaticano i principali rappresentanti politici e religiosi coinvolti negli scontri. E’ un esempio di apertura verso gli altri Stati, gli altri popoli, le altre religioni: verso il mondo.

Un mese dopo. A Tel Aviv suonano le sirene d’allarme per avvertire i civili dell’arrivo dei razzi lanciati da Hamas. Nel Nord di Israele sono attimi concitati quelli che precedono l’assalto dei missili nemici. Pochi istanti dopo, l’eco sorda delle esplosioni risuona tra le macerie delle abitazioni abbandonate. Lo stesso drammatico scenario si ripete in Palestina: oltre 17 mila sono gli sfollati che hanno deciso di allontanarsi dalle loro case per sfuggire agli attacchi dell’artiglieria israeliana. Sono vittime di una guerra che continua a mietere morti e feriti, che dura ormai da decenni, che non conosce tregue.

Eppure c’è chi spera ancora fortemente nella cessazione del conflitto e crede in un accordo. E’ la stessa persona che un mese fa ha ospitato i due presidenti coinvolti nello scontro. E’ la stessa che oggi sollecita a gran voce il confronto e la pace: “Ho ancora nella memoria – ha affermato Papa Francesco – il vivo ricordo dell’incontro dell’8 giugno scorso con il Patriarca Bartolomeo, il presidente Peres e il presidente Abbas, insieme ai quali abbiamo invocato il dono della pace e ascoltato la chiamata a spezzare la spirale dell’odio e della violenza. Qualcuno potrebbe pensare che tale incontro sia avvenuto invano. Invece no, perché la preghiera ci aiuta a non lasciarci vincere dal male né a rassegnarci che la violenza e l’odio prendano il sopravvento sul dialogo e la riconciliazione.”

Mi piace pensare che nel silenzio dei paesi devastati dalle bombe riecheggi il vigore delle migliaia di voci che si uniscono al coro di Papa Francesco, portando conforto e speranza. Che le grida di protesta a “trasformare le armi in strumenti di pace” si librino all’unisono in quelle terre dilaniate dal conflitto, sovrastando il fragore delle armi. Mi piace pensare che il messaggio di pace si nutra di nuove parole, ogni giorno più vigorose, capaci di consolare il pianto delle madri e vincere la sordità dei potenti. Mi piace pensare che quella pianta di ulivo possa affondare sempre più le proprie radici.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.