Che senso avrebbe altrimenti questa sofferenza?

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A volte la vita si diverte a metterti davanti a delle situazioni che ti spingono violentemente contro un muro, spesso in maniera imprevista e anche dolorosa, in una successione che ti toglie il respiro del corpo e anche dell’anima. Questi eventi però hanno il grande pregio di farti pensare che di esistenza ne abbiamo una sola e pertanto sprecarla sarebbe la sciocchezza più grande che un uomo possa fare. Anche perché indietro non si torna, e quello che hai perso non lo recuperi più.

Proprio in questi ultimi giorni mi sono capitate un paio di queste situazioni: ho avuto modo di confrontarmi con due persone che, per motivi diversi, stanno attraversando un momento difficile nella loro vita. Parlando con entrambe, in momenti diversi, mi ha colpito come mi abbiano detto praticamene le stesse parole: “sto passando un momento molto difficile, ma mi sostiene la fede. Che senso avrebbe altrimenti, questa sofferenza? Che senso avrebbe, se non ci fosse un disegno superiore?”
Una frase che mi ha costretto a fermarmi e a riflettere su quanto siano profondi il cuore e la mente dell’uomo e su come sia vera quell’affermazione di Agostino di Ippona quando dice che il nostro cuore è inquieto finchè non riesce ad innalzarsi verso qualcosa, o meglio qualcuno, che ci trascende.

Per Nietzsche l’uomo è un granello di polvere, che viene capovolto nella clessidra turbolenta della propria esistenza. Eppure la nostra natura si ribella al pensiero di essere come granelli di polvere. Non ci sta. Non si accontenta per il semplice fatto che aspira all’infinito, anche quando la polvere alzata dai nostri passi lungo i sentieri della vita ci offusca la vista e ci fa dimenticare che, come scrisse Dante,“fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”.

Il grande dramma dell’uomo di oggi è l’aver smarrito il senso della vita. L’uomo contemporaneo non è più capace di dare un senso ultimo a quello che fa e a quello che vive. Ha perso la tridimensionalità della propria vita, rimanendo bloccato solo al livello orizzontale. Ha perso la terza dimensione, quella verticale, quella che lo conduce alla trascendenza.
L’uomo di oggi ha sostituito il senso dell’amore con il sentimento. Per questo fa sempre più fatica ad amare per sempre.
Ha perso il senso del lavoro e lo ha rimpiazzato con l’arrivismo e l’opportunismo. Per questo c’è la crisi.
Ha scambiato il senso della sofferenza con l’ossessiva ricerca del benessere. E paradossalmente soffre di più.
Ha dimenticato il senso della morte. Ma avendolo fatto ha tolto ciò che dà senso a tutta la sua esistenza.

Ecco, forse dovremmo ripartire proprio dalla fine.
Ci sono due cose che fanno maturare un ragazzo. Una di queste è l’esperienza della morte. L’altra è il contatto con la sofferenza.” Così mi diceva qualche tempo fa un amico.
Penso che sia vero. Fino a quando una persona non si confronta con ció che dà pieno significato alla propria esistenza – l’uomo è essere per la morte, scriveva Heidegger – è come se non si rendesse conto che tutto ció che fa assume un valore grande proprio in funzione di quell’ultimo momento.
Ma c’è di più. Alla morte è strettamente legata la sofferenza. E da quest’ultima passa quasi sempre l’amore: è uno dei paradossi più grandi dell’esistenza. E l’ansia insoddisfatta di felicità che caratterizza l’uomo contemporaneo, che ha deciso di vivere ignorando la dimensione verticale, sembra confermare questo paradosso.

Lo stretto legame che c’è tra amore, sofferenza e felicità è uno dei misteri più insondabili della vita. Forse non è facile spiegarlo razionalmente. E’ più facile che ce lo spieghi la vita stessa. Qualche settimana fa un’amica mi ha commosso, scrivendomi queste parole: “Ti ringrazio perchè la vicinanza tua e quella di tanti altri è stata completamente immeritata e di questo non ringrazierò mai abbastanza qualcuno lassù che sempre ci fa provvidenzialmente piovere persone accanto…“. Sono parole di una ragazza che vive in uno dei paesi più colpiti dal terremoto in Emilia. Parole che ancora una volta fanno emergere quel misterioso legame tra amore, sofferenza e felicità.

L’aspirazione alla felicità è stata sempre una costante nella vita di ogni uomo. Ma questa aspirazione, oggi, sembra sempre più vana. Non ho la presunzione di mostrare quale sia la strada per la felicità. Sono persuaso peró che essa passi dalla convinzione che noi siamo molto più di un granello di polvere; siamo parte di un progetto più grande, che ci conduce oltre l’orizzonte che intravediamo con i nostri occhi. Un progetto superiore, come mi ricordavano quei due amici, e per questo incomprensibile. Se ce ne convinciamo, mettendo da parte la vana pretesa di essere noi il centro del mondo, forse torneremo ad incontrare sui nostri passi la felicità che tanto desideriamo.

Articolo pubblicato su Familiariamagazine.it e Lasfidaeducativa.it

Saverio Sgroi

Educatore e giornalista, con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo degli adolescenti, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono il "capitano". Ma come tutti i capitani, non potrei nulla senza una grande squadra ;-)