Che suono fa la domenica da te?

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Finisce così, la canzone del cantante emiliano Zucchero “il suono della domenica”.
Da me, da noi, a Concordia sulla Secchia di domenica, dal 20 maggio, c’è un silenzio assordante. L’Ave Maria della sera, che con quei rintocchi accompagnava il sole verso l’orizzonte, quel suono tanto materno che si mescola con i colori caldi del tramonto e il dolce richiamo domenicale non esistono più, il nostro campanile non è crollato ma evidenti crepe lo trafiggono, come se un’armata di arcieri nemici lo abbiano assediato, è debole, forse un solo rintocco delle sue stesse campane potrebbe significarne il collasso. Nemmeno il più umile e freddo rintocco dell’orologio del comune si sente: dopo la scossa del 29 maggio il paese non ha resistito, il centro storico è off limits, proibito, zona rossa. Le campagne sono popolate da case diroccate, quei muri che hanno visto intere generazioni lavorare la nostra terra con fatica e sudore si sono sbriciolati, l’occhio si perde nella sconfinata pianura, non c’è montagna o collina ad ostacolarlo, e ora, all’orizzonte si vedono i bracci delle gru che provano a sostenere le numerose industrie, riparando il riparabile e distruggendo ciò che è diventato un pericolo.

Un mese, ormai, è passato da quel giorno, la gente ha voglia di un ritorno alla normalità, alle porte dei nostri paesi hanno bussato la morte, la distruzione, la paura e lo sconforto, ci hanno assaliti, questi disastri si vedono solo nei notiziari serali, quando sei riunito a tavola con la famiglia, non riesci a credere che possa essere successo proprio nel tuo paese. La quantificazione dei danni è spaventosa, la paura è entrata nelle nostre case, in tutte le case, se le innumerevoli scosse hanno risparmiato alcune abitazioni, il terrore no, si è infiltrato ovunque perfino nelle vetrinette o nelle ante degli armadi, ad ogni scossa di assestamento urlano il più possibile, sembra che il loro scopo sia quello di spaventarci. Poi, arriva la notte, alcuni provano a rientrare, a chi è stata dichiarata la casa agibile ma, ora, la certezza che non possa avvenire un’altra scossa è nulla, ogni rumore fa sussultare, nel silenzio della notte perfino i battiti del proprio cuore fanno paura.

Tuttavia con la stessa forza sono arrivati altri ospiti: la voglia di vivere, la solidarietà, l’orgoglio della propria terra, la voglia di ricostruire, la speranza e la voglia di rinascere, sì, come l’Araba fenice, creatura mitologica, che raffigura uno splendido uccello, simile a un’aquila, dalle piume rosse e oro. La mia Emilia è proprio così, noi siamo un popolo raro, dalla nostra terra sono nate persone e prodotti destinati a diventare famosi in tutto il mondo, e come ha voluto ricordare il Santo Padre in occasione della sua visita: «Voi siete gente che tutti gli italiani stimano.» È così! Io voglio questa Emilia, eravamo una creatura fantastica, e siamo stati distrutti, ma noi siamo come la Fenice, risorgeremo dalle nostre ceneri, dalle nostre macerie, cercheremo di risollevarci da soli, ci metteremo tempo per tornare come prima, cercheremo in continuazione il suono della domenica, ma prima dovranno essere ricostruiti le scuole, gli ospedali, le case e le industrie, poi potremo dedicarci alla ricostruzione di punti di riferimento, materiali, di pietra. Fino allora saremo noi, ogni singolo Emiliano a confortarci l’uno con l’altro, scoprendo che la fede, le amicizie e i legami personali sono più forti di ogni altra struttura in cemento, e come l’Araba fenice dalla morte risorgeremo, più forti di prima.

Articolo scritto da Matteo Silvestri

Cogitoetvolo