Chester Bennington: gli idoli cadono a luci spente

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Il cantante dei Linkin Park è “Un’altra luce” che “si spegne/ in un cielo di un milione di stelle”

C’è qualcosa di tristemente ripetitivo in queste morti premature, volute: l’arte, la droga e la solitudine. Penso a Robin Williams, che oggi avrebbe compiuto 66 anni. Chester Bennington non è che l’ennesima stella cadente che i media mi raccontano con un semplicistico “abusava di stupefacenti, aveva subito violenze da bambino”.

Chester Bennington, “quello dei Linkin Park“, si è tolto la vita lo scorso 20 luglio in California. La prossima settimana avrebbe portato in tour il nuovo album One More Light, disprezzato dalla critica per le sonorità delicate, non punk e screaming come nei precedenti lavori. Un album intimista, che aveva curato, diversamente dal solito, prima i testi e poi la musica. Parole che portavano con sé il peso gravissimo del passato. Il singolo omonimo rilasciato quest’inverno è quasi profetico:

A chi importa se un’altra luce si spegne
In un cielo di un milione di stelle
Tremola, tremola
A chi importa quando il tempo di qualcuno si esaurisce
Se un momento è tutto ciò che siamo
O più breve, più breve
A chi importa se un’altra luce si spegne
A me sì

Il nome dei Linkin Park venne suggerito proprio da Chester, che in realtà propose Licoln Park, un’area di Santa Monica, in California, da cui il cantante passava spesso per la registrazione del primo EP degli Hybrid Theory (così si chiamava la band nascente prima che la Warner Bros la costringesse a cambiare nome). Lincoln Park è un nome di luogo molto diffuso negli USA, ed a Bennington piacque proprio perché in molti in America li avrebbero considerati una band locale. Il passaggio a “Linkin Park” avvenne a causa del dominio internet “lincolnpark.com”, che era già esistente. Linkin da linking: collegamento. Chester Bennington- personalità che non in pochi giudicarono come lunatica, iraconda e volgare- nacque musicalmente con l’ideache la musica stessa dovesse essere una rete. Allora com’è riuscito a sfuggire alle sue maglie buone, che tengono legati alla vita?

Come si combattono i fantasmi altrui? Come si dimenticano i propri? Quali parole avrebbero salvato un Chester Bennington che le parole le conosceva, le scriveva per gli altri, e gli altri ne uscivano grintosi e motivati? Bastava davvero fargli rileggere le sue canzoni, indicandogli prepotentemente il senso che lui stesso aveva trovato tempo prima? Le conosceva a memoria.

L’unica cosa che voglio fare
E’ cambiare questa vita con qualcosa di nuovo
Aggrappandomi a qualcosa che non ho

Così cantava in Waiting for the end, dal meraviglioso e complicato quarto album A Thousand Suns. Era un gioco di assenze a cui aggrapparsi, su cui fare leva per non cadere nel baratro.

Addio Chester, hai scritto un libretto di istruzioni che non hai usato. Un’eredità, come la vita stessa, irripetibile e inestimabile.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.