Chi è la donna?

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La società moderna sembra proporci una figura di donna sempre più netta e definita: una donna che si mostra e si scopre senza paura. Ma chi propone quest’ immagine? La donna o l’uomo? Ed è veramente così la donna? Certo lei collabora attivamente: perché non mettere in mostra proprio ciò che l’uomo vuole vedere??

Per capire la donna contemporanea bisogna tornare indietro nel tempo, analizzando le diverse immagini che di essa si sono date nella storia. Nella scienza ad esempio s’è tentato di dimostrare che la differenza effettiva tra uomo e donna è semplicemente quantitativa: una combinazione di cromosomi XY piuttosto che XX. Per la psicologia invece risaliamo all’antico e radicato concetto della “complementarità dei sessi”, secondo cui l’unico primo essere umano si divise in due metà che, così facendo, rimangono incomplete, bisognose, insoddisfatte del loro singolo ens, cercandosi senza pace. Questa bipartizione avviene però nell’universale, creando due categorie: quella maschile e quella femminile. Questa teoria della complementarità era accompagnata da una precisazione: l’uomo è la superiorità, poiché è forma, materia, intelligenza, mentre la donna, debole e capricciosa, è inferiore. Non potendosi dimostrare tale tesi, fino al XIX secolo essa si basava sulla società prettamente agricola, e per supplire alle mancanze (gravi!) delle donne, la poesia s’è sbizzarrita rendendola dolce, misteriosa, silente, fragilmente bella e delicata, mentre la donna si consolava a modo suo: “se l’uomo è il padrone di casa, la donna ne è la regina”, e “se ne è il capo, la donna è il collo che lo lega al corpo e lo comanda”.

Alla fine del XIX secolo le suffragette inglesi, seguite da movimenti in scala mondiale, hanno rivendicato la loro condizione di parità con l’uomo, e sono state aiutate dalla Grande Guerra nel dimostrare agli uomini come fossero in grado di mandare avanti il Paese in loro assenza. Pur scandalizzando la gente perbene, con i loro attacchi isterici ed esagerati, hanno ottenuto i primi diritti per le donne.

Nel frattempo la psicologia sperimentale sosteneva che, nonostante uomini e donne avessero ugual valore, possedevano qualità psichiche primarie radicalmente diverse. Il maschio è ancora una volta l’intelligente, tendente all’astrazione, inclinato al prestigio, al potere, all’onore, mentre la femmina più che una visione d’insieme sa cogliere i particolari, è incline alla quiete, alla protezione della casa, all’indecisione,  nonché, e soprattutto, è l’emotività fatta persona: piange, è instabile e lunatica. Tutto questo crolla facilmente se pensiamo come tutte queste caratteristiche non dipendano dalla natura, ma dalla cultura: dall’educazione, dalle tradizioni, dalla società in cui ogni persona è formata e cresce. In ogni società infatti bimbi e bimbe vengono trattati diversamente sin dai primi giorni di vita: al bambino è permesso di rotolarsi nel fango e bucarsi i pantaloni, mentre la bimba deve fare attenzione e non sporcare il vestitino ed essere estremamente aggraziata. Tutto ciò in modo tale da creare diversità irrevocabili tra maschio e femmina in ogni società. Eppure chi non ha conosciuto ragazze definite “ragazzacci” e ragazzi derisi perché “femminucce”? Chi non ha avuto il suo periodo “ribelle” in cui si vestiva con felpone enormi del fratello maggiore e via dicendo?? Proprio questo è il punto: uomini e donne possiedono tutte le qualità costituenti la persona umana, ed è arbitrario chiamare maschili o femminili alcune di esse in modo esclusivo (O. Schwarz). Le “tipiche” caratteristiche femminili diventano così reazioni a determinate forme sociali.

D’altra parte miti e filosofia non sono state di grande aiuto: per Max Scheler la donna è “genio della vita” mentre l’uomo è “genio dello spirito”, natura l’una, azione l’altro, riprendendo il mito della Madre-Natura. La donna diventerà nei secoli musa ispiratrice o fattucchiera, fata o matrigna, salvezza o dannazione: indecifrabile in entrambi i casi per l’uomo che in essa si perde, liberandosi dalla necessità di capirla:  <<E’ difficile, in linea di massima, che un uomo possa giudicare seriamente una donna>> (Ana Sastre). E noi queste storie le mandiamo giù facilmente, soddisfatte di non poter essere comprese, di restare un mistero, per farci in qualche modo adorare. Addirittura la donna diviene immagine divina, come Laura di Petrarca, o l’estremo opposto, come nello gnosticismo cristiano, in cui la donna, materia, carne, debolezza, porta l’uomo alla perdizione, tanto che Gesù sarebbe venuto <<ad annullare le opere della realtà femminile>> (Testi gnostici).

Ma dimensioni come l’annientamento, l’attesa, la fortezza, la supplica, l’abnegazione, il focolare, i figli,… sono riscontrabili anche nell’uomo: chi ama, sia uomo o donna, si annienta, attende, lavora e dispensa tenerezza. Basterebbe andare un po’ più a fondo nell’essenza dell’essere uomo o dell’essere donna per capire come nulla di tutto ciò si fonda su dati biologici, bensì su miti e pregiudizi socioculturali. Non è infatti la donna ad essere misteriosa o incomprensibile, ma, oserei dire, la persona in sé, che ogni giorno cresce, cambia, rapportandosi con l’altro tramite un continuo mettersi in gioco.
La donna d’oggi deve affrontare una nuova immagine di sé: non più quella di madre-casalinga, ma quella di professionista indipendente, libera da ogni legame per potersi dedicare alla sua attività professionale, ai suoi hobby, alla sua autorealizzazione: ora il nuovo mito della donna e sulla donna è il lavoro: solo questo è prestigio, mentre ciò che riguarda la casa ha perso di qualsiasi importanza. Fondamentale è che la donna continui a lottare per ottenere uguali diritto in ambito professionale, dimostrando che è capace tanto quanto l’uomo, ma non deve dimenticare come la maternità e l’educazione dei figli non sia un’attività “di scarto” all’interno della nostra società o un “passatempo” bensì una tra le attività più difficili, impegnative e ambiziose. Non deve accettare la società così com’è, ma essere molto critica di fronte a questa nuova immagine semplicistica del suo ruolo nella società.