Ci siamo venduti su Internet?

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Il caso Cambridge Analytica e l’incapacità di Facebook di difendere la privacy dei propri utenti sono solo la punta dell’iceberg

Alla base di tutti i siti e le app di cui quotidianamente facciamo uso c’è un principio molto semplice: si offrono servizi utili a prezzi molto economici o addirittura gratuitamente, a condizione che gli utenti siano tracciati durante la loro navigazione, cedendo al tempo stesso parte delle informazioni riguardo la loro reale identità. Ovviamente, i dati così raccolti non potranno essere ceduti a terzi, ma andranno ad arricchire la nostra esperienza su Internet, permettendo a siti ed app di conoscere le nostre preferenze, adattarvisi e agevolare così la nostra ricerca. In cambio di questo servizio, l’utente si vedrà recapitare pubblicità mirata, solitamente gestita o dal sito stesso o dal motore di ricerca. Fin qui nulla di strano ai nostri occhi, è il «capitalismo della rete». Ma che succede se improvvisamente si esce dalla logica del marketing e si entra, per esempio, in quella della politica?

Il recente caso Cambridge Analytica ha riportato l’attenzione della stampa sull’influenza che i social network – se opportunamente orientati – potrebbero avere sulle nostre decisioni. Proviamo a ripercorrere brevemente la vicenda. Cambridge Analytica è una società di consulenza elettorale fondata nel 2013. Le ragioni del suo rapido successo derivano da un’idea molto semplice: raccogliere una gran mole di dati attraverso i social network e attraverso questa base creare profili psicometrici degli utenti. In altre parole, sfruttare le informazioni e le tracce che ognuno di noi lascia quotidianamente su Facebook per comprendere il nostro modo di pensare e di agire e, in estrema analisi, influenzare le nostre scelte future. Detto in questo modo, il tutto suona come un’enorme teoria complottista. In realtà, è (quasi) del tutto legale e non si discosta molto dal principio del «capitalismo della rete» che abbiamo enunciato sopra.

La psicometria è l’indagine psicologica tendente alla valutazione quantitativa del comportamento umano. Vale a dire che ad ogni tratto della nostra personalità – ad esempio apertura, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e neuroticismo – viene assegnato un punteggio numerico e la somma dei risultati contribuisce a determinare il nostro ‘ritratto’. Questa logica ricorda molto quei quiz sulla personalità in cui spesso ci imbattiamo navigando in Internet. Non è un caso che già nel 2007 i ricercatori di Cambridge utilizzassero proprio queste semplici applicazioni per compiere esperimenti sullo studio della personalità. Facebook ha permesso a questi esperimenti di fare il salto di qualità: utilizzando l’app tramite il proprio profilo e accettando di partecipare al quiz, gli utenti accettano di condividere le proprie informazioni personali. A questo punto il quiz diventa secondario: i tratti della personalità possono essere ricavati analizzando i like e le condivisioni su Facebook da parte dei singoli utenti.

Questo era il principio alla base di un’app apparentemente innocua, creata nel 2014: This is your digital life, un questionario sulla personalità che produceva risultati relativamente banali da condividere con gli amici su Facebook. Utilizzando l’app si accettava di condividere con gli sviluppatori le proprie informazioni personali e – secondo quelle che all’epoca erano le condizioni consentite da Facebook – le informazioni dei propri amici. Nonostante soltanto 270 mila persone abbiamo usato l’app, la rete delle loro amicizie sarebbe pari a 78 milioni di profili Facebook. Ma l’azienda di Zuckerberg era consapevole di star cedendo questa gran mole di dati privati? Sì, ma lo faceva «in buona fede», ritenendo This is your digital life un’app finalizzata alla ricerca accademica. Tuttavia, i dati raccolti venivano ceduti a Cambridge Analytica e da quest’ultima elaborati in profili psicometrici dei singoli utenti.

Christopher Wylie, lo sviluppatore che dice di aver creato «lo strumento bruciacervella della guerra psicologica di Steve Bannon». La sua decisione di rivelare tutto al Guardian ha scoperchiato il vaso di Pandora: Cambridge Analytica.

Diverse testate hanno utilizzato il termine «mietitura» per descrivere questa spietata raccolta di dati. Tuttavia, è facile dimostrare come non si tratti di un problema del solo Facebook. Ad esempio, grazie alle condizioni d’uso del wifi gratuito installato nella metropolitana di Londra, l’azienda Transport for London può raccogliere dati sui movimenti dei passeggeri. Anche Uber può raccogliere lo stesso tipo di dati, che spesso si rivelano molto utili per aggiornamenti in tempo reale sul traffico cittadino. Ancora, Just Eat può conoscere i nostri personali gusti in materia di cibo, Google Maps la nostra posizione, i siti dei giornali che consultiamo possono conoscere cosa amiamo leggere. Non c’è nulla di illegale nel raccogliere dati, anzi è un’operazione assai diffusa, alla base di quello che abbiamo chiamato «capitalismo della rete», portato avanti dai cosiddetti «broker di dati», secondo la definizione che ne da Il Post.

Società che raccolgono informazioni di ogni genere sulle abitudini e i consumi delle persone. Ogni giorno lasciamo dietro di noi una grande quantità di tracce su ciò che facciamo, per esempio quando usiamo le carte fedeltà nei negozi o quando compriamo qualcosa su Internet. […] Le informazioni sono di solito anonime o fornite in forma aggregata dalle aziende per non essere riconducibili a una singola persona, ma considerata la loro varietà e quantità, algoritmi come quelli di Cambridge Analytica possono lo stesso risalire a singole persone e creare profili molto accurati sui loro gusti e su come la pensano.

Come spesso si ripete, dunque, il problema risiede nell’uso che di questi dati viene fatto. In un reportage pubblicato da The Observer si citano le parole di Christopher Wylie, uomo chiave e principale informatore nell’inchiesta Cambridge Analytica, riguardo alla dottrina alla base della società di consulenza, la stessa teorizzata dall’ideologo conservatore Andrew Breitbart, guru dell’ultra-destra americana.

La politica deriva dalla cultura, quindi per cambiare la politica bisogna cambiare la cultura. E le tendenze della moda sono un utile indicatore. Trump in fondo è come un paio di scarpe Crocs. Come si va dal momento in cui la gente pensa ‘Uh, orrende’ a quanto tutti le portano?

In fin dei conti, la società stessa non nasconde i propri fini: «usiamo i dati per cambiare il comportamento della tua audience», cita il motto, nemmeno troppo equivoco. I legami tra Cambridge Analytica e la campagna elettorale di Donald Trump si sprecano, uno su tutti salta all’occhio: Steve Bannon, capo del gabinetto elettorale di Trump, era anche a capo della società di consulenza. Legami sono stati trovati anche con la propaganda filo-russa in Occidente e con la campagna a favore del Leave durante il referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Nonostante ciò, non dobbiamo fingerci sorpresi: ogni campagna elettorale altro non è che il tentativo di influenzare l’opinione dell’elettorato e per fare ciò ogni politico raccoglie e utilizza una gran mole di informazioni attraverso Internet e i «broker di dati». Uno dei precursori di questa strategia è stato Barack Obama, durante la campagna elettorale del 2008. Certo, allora si parlava a gruppi di persone e non si tracciavano profili psicologici dei singoli utenti, ma le due cose, in fin dei conti, non sono troppo distanti.

Nelle ultime settimane l’opinione pubblica si è scagliata contro Cambridge Analytica e soprattutto contro Facebook, reo di non aver saputo salvaguardare le informazioni dei propri utenti. Tuttavia, come ha fatto notare William Davis nella London Review of Books, Cambridge Analytica rappresenta quello che Goldman Sachs è stato per la crisi finanziaria del 2008: un nemico grottesco su cui concentrare rabbia e allarme, senza curarsi del problema più ampio, dell’iceberg che non emerge in superficie. Alla base di tutto c’è il «capitalismo della rete». La colpa non è di Facebook o di chissà quale altro gigante dell’informatica. Abbiamo già venduto la nostra privacy, quando abbiamo accettato le condizioni dei servizi offerti da Internet. Questa scelta ci si sta rivoltando contro: come fare in modo che la rinuncia alla privacy non diventi rinuncia alla nostra libertà?

Se dopo questo articolo volete conoscere le norme sulla privacy di Facebook, questo è il link che fa per voi

Finale alternativo. Condivido con voi alcune riflessioni scritte di getto e dunque meno ragionate di quanto scritto sopra, ma che ritengo comunque utili per inquadrare il problema nella sua ampiezza.

Se certamente Cambridge Analytica desta preoccupazione per il proprio fine – agevolare la diffusione di una politica populista e razzista – altrettanto non si può dire dei suoi metodi, che in nulla si discostano dal marketing con cui ogni giorno ci confrontiamo su Internet. Il problema, dunque, sta nel meccanismo alla base della rete. Come uscirne? Forse è arrivato il momento di ammettere che ci siamo venduti su Internet, in cambio di servizi di cui non possiamo fare a meno. Forse è arrivato il momento di ammettere che questo potrebbe essere rischioso per la nostra libertà. In altre parole, credo dovremmo imparare a convivere con disinformazione e «commercializzazione delle notizie», perché i Trump e i Bannon sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Tutto sommato, fin dalla loro nascita i mezzi d’informazione sono sempre stati «di parte», giornali e riviste lo sono ancora oggi. Fortunatamente nella storia dell’uomo c’è sempre stato chi si è coraggiosamente – e utopicamente – votato all’approfondimento, alla divulgazione scientifica e all’oggettività della notizia. E fortunatamente la rete non amplifica solo il «male», ma anche il «bene». Tuttavia, ci vorrebbe una nuova «etica dell’informatica». Nei prossimi anni, infatti, diventerà cruciale educare i nostri figli ad un uso sano e responsabile della rete. I genitori ci raccomanderanno di non visitare certi siti o di non badare a certe notizie con la stessa naturalezza con cui ora ci intimano di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Se fino ad oggi la logica della rete è stata una sorta di «liberi tutti», in futuro dovrà esserci una certa «morale» della vita trascorsa su Internet, sui social e nella realtà virtuale. Così come non insulteremmo mai una persona per strada, lo stesso dovremo imparare a fare su Facebook. Così come non daremmo mai retta a chi proclama la fine del mondo urlando per strada, lo stesso dovremo imparare a fare su Internet. A quel punto sarà nata una nuova civiltà: interconnessa, con più servizi, più sicura e controllata, libera tanto quanto educata, ma senza privacy. Tutto questo a meno che non si voglia rinunciare al punto di partenza, al «capitalismo della rete», ad Internet stesso e ai suoi servizi, perché si rischia di perdere la battaglia per la nostra libertà. Nel 2018, rinunciare ad Internet: scenario utopico o distopico?

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.