Cogitiamo con la Costituzione: art. 1

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“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Immaginiamo, per un momento, una nazione qualsiasi. Immaginiamola appena uscita da una guerra sanguinosa, le cui bombe hanno raso al suolo buona parte delle abitazioni. Una nazione povera, dalla storia millenaria costellata di invasioni di popoli e culture diverse, che si riprende appena da un ventennio di feroce dittatura.
Questa era l’Italia, nel 1948.
Un’Italia che aveva un solo obiettivo: ricostruire. Ricostruire le case dalle macerie lasciate dalle bombe. Ricostruire un’identità comune a partire da uno Stato che non c’era più, che non aveva più regole certe.

È proprio da questo forte bisogno di ricostruire che nasce il primo articolo della nostra Costituzione.
L’Italia è una Repubblica democratica.
Ad un popolo martoriato e povero, che crede di essere isolato nel proprio dolore e nei ricordi, la Costituzione dà un nome, fornisce una carta d’identità. Una carta d’identità valida ancora oggi, che viene consegnata ad ognuno di noi dal momento che nasciamo sul suolo italiano.
Siamo diversi, ognuno con la propria storia, ognuno con i propri sogni, progetti e idee. Ma siamo accomunati tutti, nessuno escluso, dal fatto di avere in comune un’unica identità, quella italiana.
Anzi, la Costituzione ci dice di più: ogni italiano è una piccola goccia di un grande mare, ogni individuo è portatore di una volontà che, sommata a milioni di identiche volontà altrui, conta, che è sovrana e non va perduta, perchè è importante. È questo, infatti, il meccanismo della Repubblica.
Nella carta d’identità dell’Italia la prima cosa che è importante ribadire è proprio la forma di Stato democratica e repubblicana, scelta a maggioranza con il referendum a suffragio universale del 2 giugno 1946, a cui, per la prima volta nella nostra storia, parteciparono anche le donne.

Certo, parlare di Repubblica, oggi, significa parlare di una realtà acquisita, che diamo per scontata. Anzi, le vicende della casa reale d’oltremanica ci appassionano e ci incantano, ci fanno pensare con nostalgia ad un mondo in cui le principesse esistono ancora e si sposano felicemente con il loro principe azzurro, dagli occhi celesti e il sorriso delicato. Ci incanta l’abito lungo della principessa, sorridiamo di fronte ai cappellini bizzarri della regina, ci inteneriamo davanti le foto del Royal baby.
Troppo spesso, però, tralasciamo quanto siamo fortunati a vivere in un paese in cui ciascuno di noi, anche il figlio di un pastore, può avere lo stesso diritto che al Royal baby è stato trasmesso per puro caso. Il diritto di guidare una Nazione. E tale diritto, almeno in teoria, ciascuno può conquistarlo, lavorando molto, studiando ancora e ancora, dimostrando agli altri il proprio acume, la propria saggezza, la propria intelligenza.
Se oggi godiamo di questo non secondario diritto, lo dobbiamo alla lungimiranza e alla sapienza degli uomini che scrissero la costituzione.
Che fossero degli uomini saggi, lo si deduce facilmente continuando a leggere il primo articolo, vedendo in che modo dipanarono la questione del fondamento, cioè della ragione primaria su cui deve basarsi la nostra nazione. Certo, rintracciare nel lavoro la base di un’intera comunità avrebbe potuto essere fuorviante, considerato che il concetto di lavoro, di per sé positivo, era stato utilizzato dai totalitarismi per giustificare le loro politiche razziali e repressive. E le immagini dell’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, con la sua famosa scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, erano più vivide nella memoria dei costituenti di quanto non lo siano nella nostra.
Ma quando dice “fondata sul lavoro” la costituzione va ben oltre la nostra idea di lavoro, quello necessario per guadagnare e sopravvivere.
La nostra costituzione guarda lontano e individua nella base della futura società non soltanto il lavoro professionale, che tutela con specifiche disposizioni, ma anche il lavoro, silente e non retribuito, delle migliaia di donne delle case, che allattano ed educano i bambini, il lavoro meticoloso degli studenti, che faticosamente ogni giorno lottano per costruirsi un futuro e ritagliarsi un posto nel mondo, il lavoro volontario di chi si dedica al prossimo senza chiedere niente in cambio.
Insomma, la costituzione ci invita a lavorare, a non fermarci mai, a muoverci sempre, a lottare per raggiungere gli obiettivi, perché è solo se siamo in movimento, se siamo impegnati in qualcosa, se abbiamo un ideale da raggiungere o un’idea da realizzare siamo veri uomini e vere donne.
Il lavoro, ci dice la costituzione, è il modo attraverso cui realizziamo appieno la nostra personalità, il modo in cui non rendiamo vani i nostri giorni trascorsi sulla terra, l’unica strada da percorrere se ci vogliamo sentire davvero pieni, realizzati.
Il lavoro, insomma, è la via più sicura per raggiungere la felicità.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.