Cogitoetvolo intervista Alessandro D’Avenia

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Quando l’anima è pronta” ama ripetere citando Shakespeare con diligenza disarmante “le cose sono pronte”.

E’ un sabato pomeriggio di una calda primavera romana. Alessandro D’Avenia è seduto su una sedia dell’auditorium di un albergo a due passi da San Pietro. A tratti sbircia con i suoi occhi azzurri, limpidi e curiosi, il viso dei ragazzi in attesa di ascoltarlo e sorride. Racconta che alcuni libri hanno segnato il suo spirito quando cercava lui le risposte. Alcune le ha trovate in Omero, Dante e  Dostoevskij. Altre in opere non strettamente letterarie come il Diario di Etty Hillesum che è per lui un utile punto di riferimento:“Una ragazza ebrea di 27 anni muore in un campo di concentramento ad Auschwitz e trasforma quella che è la sconfitta totale di una persona in una vittoria straordinaria”. In questi giorni è appena uscita la versione cinematografica del suo primo romanzo: “Si tratta di un esordio e ci possono essere quindi tutti i limiti del caso. Per fortuna non ho dovuto scrivere tutta la sceneggiatura da solo. Non sarei stato capace”.

Bianca come il latte e rossa come il sangue è un romanzo che ha venduto quasi un milione di copie in 19 paesi. Un vero best seller che parla inaspettatamente di dolore e di morte. Perché in un mondo ipertecnologico e che va sempre di fretta parlare di una malattia che rende prigionieri del proprio corpo, parlare del dolore come valore positivo crea un po’ di disagio. “Io sono terrorizzato dal dolore” ammette “quando entra nella mia vita. Un giorno mi si è presentato davanti quando avevo l’età del protagonista del romanzo e sono scappato”. Tanti anni dopo ha rivissuto la stessa vicenda negli occhi di un ragazzo. “Un volto” ricorda “che mi ha colpito moltissimo perché in lui ho rivisto me stesso. Rimettersi dentro a quella storia per me voleva dire mettersi finalmente in dialogo con quell’io che mi portavo dentro ferito e che bisognava ritirare fuori per poter parlare con lui e poterlo riabbracciare. Questo romanzo è la risposta vera, vissuta che io mi dovevo”.

La scrittura per D’Avenia è stata quindi un modo per riconciliarsi con sé stesso:“Io scrivo perché non so fare altrimenti. Alcune cose non le so affrontare direttamente. In questo senso la scrittura è per me un modo di indagare quel mistero che, a volte, mi schiaccia. L’arte è una maniera di guardare in faccia la morte e le cose che ci fanno più paura attraverso una mediazione, uno scudo”. Come accadde a Perseo che si servì dello scudo come di uno specchio per evitare lo sguardo terribile di Medusa: “Non conosco niente meglio dei classici per guardare la vita di tutti i giorni”. La sua esperienza di insegnante suggerisce l’idea di una scuola ancora in grado di educare e di istruire, di prendersi cura della persona e di aiutarla a scoprire e potenziare i propri talenti:“Un giorno il mio prof. di lettere mi chiamò in disparte per prestarmi il suo libro di poesie preferito. Tu questo – mi disse – lo puoi capire, ma tra tre settimane me lo restituisci. Io credo che in questo episodio ci sia tutto il senso di una scuola che funziona. Una scuola in cui si guarda allo studente non come un nemico da abbattere, ma come un compagno di strada più inesperto a cui tu in qualche maniera indichi che una strada è degna di essere percorsa”. Decise così di diventare insegnante: per restituire quell’atto di fiducia che era stato fatto nei suoi confronti. Uno di quelli che porta in classe i suoi amori e non i suoi umori. “Amo il mestiere dell’insegnante” confida “perché prendermi cura delle altre vite mi obbliga ogni giorno a spostare i limiti della mia capacità di ricevere e di dare amore che è poi l’unica maniera di essere felici”.

Una felicità che non deve arrivare necessariamente tre metri sopra il cielo. Perché, gli domando, sei spesso paragonato a Moccia? Rimane a pensare alcuni istanti, poi dice: “Credo che come lui ho avuto la fortuna di intercettare un tipo di pubblico molto difficile come quello degli adolescenti. Però chi mi paragona a Moccia o non ha letto i suoi libri o non ha letto i miei. I suoi libri raccontano di adolescenti che consumano la vita e di adulti che vorrebbero tornare ad essere adolescenti. Io racconto di adolescenti che invece la vita la danno e di adulti che, nonostante le loro ferite e le loro difficoltà, non  rinunciano mai ad assumere una posizione nel mondo. Per questo me la prendo sempre (dopo tredici anni di insegnamento, un dottorato ed un master in sceneggiatura) quando mi incasellano in questo tipo di giudizi. Natalia Ginzburg diceva, da un punto di vista strettamente laico, che provoca vocazioni soltanto chi ha vocazione. Quando un insegnante riesce in questo intento può cambiare la vita dei suoi alunni”. Come ha fatto Padre Puglisi: “il mio insegnate di religione del liceo classico frequentato a Palermo, che un giorno del quarto anno non è più rientrato in classe perché gli avevano sparato sotto casa. Quell’uomo è riuscito a intercettare in ogni persona ciò che inferno non è. E’ riuscito a salvare tanti ragazzi perché credeva nella luce che avevano già dentro, anche se all’apparenza sembrava che non ci fosse niente per cui sperare”.

Una luce che, spesso, in ognuno di noi rimane pura potenzialità:“Il libro che sto scrivendo è un libro che ritorna su questo tema. E’ una storia che ha come sfondo la Palermo delle stragi del ’92 e del’93. Anni in cui sono stati uccisi Falcone, Borsellino e Padre Puglisi. Questa è la cornice narrativa. Quale sia di preciso la storia che racconterò ancora non lo so nemmeno io. Io scrivo per sapere dove andrà a finire”. Nel frattempo ha già scritto un libro che per adesso non ha intenzione di pubblicare. Un libro in cui ha raccolto il frutto delle lettere più belle da parte dei ragazzi e delle ragazze che hanno letto i suoi primi due romanzi: “L’intento è quello di fare un vero elettrocardiogramma del cuore degli adolescenti, di costruire un libro fatto di lettere che sollecitino il dibattito facendo rispondere i grandi della letteratura che io amo”.

Tutto intorno a noi comincia a muoversi freneticamente. Sta per iniziare la terza convention nazionale organizzata da Cogito et Volo. Il pubblico ha ormai occupato tutti i posti disponibili e non vede l’ora di poterlo ascoltare o di potergli parlare anche soltanto per un istante. C’è tempo per un’ultima domanda. Se si potesse non morire come sarebbe la vita? “Sarebbe una grande noia perché invecchieremmo indefinitamente come insegna il mito di Titone che vorrebbe sposare Aurora. La morte mette alla prova le cose della vita e ci fa rendere conto che le cose non sono per sempre. Per fortuna io credo fermamente che si può non morire, ma questo non dipende dalle forze umane. Richiede una prospettiva trascendente in cui è necessario chiedersi se questa prospettiva è reale per la vita di tutti i giorni o se si tratta invece di una favoletta che ci hanno raccontato.  Nella battaglia di ogni giorno la fede mi aiuta a trovare la speranza. Mi aiuta a ridare vita alle cose che a volte in me tendono a morire per paura, per stanchezza, per egoismo. Questo, però, non vuol dire che c’è una bacchetta magica che nasconde le cose come stanno. Nella storia ci devi stare a pieno titolo perché decidi tu come giocarti la tua libertà. Così  come ha dovuto fare Dio incarnandosi e sposando tutte le contraddizioni dell’umanità. Per quello io spero”. 

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia

  • Simona

    Grazie Rosa ancora una volta per averci regalato una nuova bellissima intervista. E ad Alessandro D’Avenia grazie…di esistere!