Cogitoetvolo intervista Armando Fumagalli

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Per costruire una buona storia” – dice – “ sono necessari due tipi di capacità, che vanno sommate. La prima è una capacità di attingere alla realtà, di essere “veri”, di non essere banali, di dire qualcosa di significativo per l’essere umano. La seconda è quella di saper “mettere in forma” quello che si vuole dire, il che richiede una formazione impegnativa ed esigente”. Il Prof. Armando Fumagalli – docente di Semiotica e Direttore del Master Universitario in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema presso l’Università Cattolica di Milano – ha una grande vocazione per le storie. Quelle che raccontano il cinema o le fiction. Una passione, che lo vede impegnato anche come consulente per lo sviluppo progetti della società di produzione televisiva Lux Vide. Di un film predilige soprattutto la componente narrativa: il tipo di storia che viene raccontata, i personaggi e i valori di cui la storia si fa portatrice. E’ una questione di prospettiva. Di valori, appunto. Perché il cinema e la fiction propongono dei modelli di vita che – in qualche modo- influiscono sulla nostra quotidianità. Parlano di noi. Parlano della persona umana, a volte, in modo artificioso o deviante. Spesso lo dimentichiamo. Spesso consumiamo l’esperienza di un film così come, a volte, si scrivono le mail o si consumano le notizie dei giornali: in modo distratto e compulsivo. Che avventura è quella di guardare un film, se non prima di tutto una avventura della mente? E’ una sfida dello sguardo, che mette in campo tutto di noi. Ma quello che conta veramente – quando vediamo un film o leggiamo un libro – è la profondità di quello sguardo. E’ capire cosa lascia dentro di noi. Perché una storia per diventare cosa vera, per non perdersi nella irrealtà della ripetizione e dello stereotipo deve lasciare traccia. Come la nostra vita. Nessuno dei sentimenti che viviamo, infatti, – scrive Thomas Sterns Eliot – può essere vero se non troviamo il modo di raccontarlo.

 

D. Prof. Fumagalli, come si insegna a costruire una buona storia che parli di sentimenti veri?

“Con il Master che dirigo presso l’Università Cattolica cerchiamo di “prendere” persone che abbiano un ricco bagaglio culturale, uno sguardo profondo e originale sulla realtà e di dare loro gli strumenti per riuscire a “mettere in forma” nel modo migliore, per la fiction, per il cinema, per un romanzo, per i fumetti, quello che hanno da dire. Solo con la tecnica non si va da nessuna parte, ma bisogna anche ricordare che solo con l’intuizione, e senza la pazienza di “mettere in forma” si rischia di non raggiungere i propri potenziali ascoltatori. Aggiungo che l’esperienza di questi dieci anni di lavoro ha confermato la nostra vision: abbiamo formato sceneggiatori che sono stati autori dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni, di alcuni bei film, di molti cartoni animati, ma anche di fumetti e romanzi. Anche lo scrittore Alessandro D’Avenia, che so che è molto legato a questo sito, è passato attraverso il nostro Master”.

 

D. Scrivere delle sceneggiature presuppone una vocazione autentica per la scrittura. Non basta però scrivere delle belle sceneggiature senza bravi attori in grado di interpretarle. Il cinema italiano è ricco di giovani attori di grande talento. Penso a Elio Germano e a Riccardo Scamarcio, per citarne soltanto alcuni. Troppo spesso, però, giovani attori e giovani attrici vengono utilizzati come un corpo da esibire. Un corpo che è effettivamente “cannibalizzato”. Il corpo umano, scrive John Berger, ha coraggio, grazia, allegria, dignità e innumerevoli altre doti. Ritiene che bisognerebbe sensibilizzare registi e giovani attori a mettere ordine nell’universo – corpo, prediligendo magari un po’ di più il personaggio- uomo?

“Sì, è vero. Direi che il problema –non tanto per il cinema, più per la fiction- è quello di puntare troppo su attori “bellocci” a scapito dell’intensità drammatica. Nel cinema (almeno in una parte del cinema italiano, anche in quello d’autore) c’è spesso la scorciatoia di voler spogliare gli attori come se questo fosse chissà quale incentivo per il pubblico. Ma un attore deve andare a fondo del personaggio, entrare nella sua anima. Mettere in scena solo il corpo è spesso una scorciatoia con cui ci si illude di avere “sostanza” per il film. Ma la sostanza sta altrove. D’altra parte, gli attori sono importanti –nel cinema e nella fiction- ma non così determinanti, anche per il successo di un prodotto: basta vedere la catastrofe di ascolti (ha chiuso al 10%!) della recentissima serie Il segreto dell’acqua con Scamarcio, o al flop di diversi film interpretati da lui, che pure è un bravo attore. Quindi: prima la storia, poi il regista e poi gli attori; e attori che siano non banalmente bellocci, ma adatti a quella storia e a quei personaggi”.

 

D. Recentemente il regista Ermanno Olmi ha dichiarato a proposito del suo ultimo film, Il villaggio di cartone, che avrebbe voluto fare un film pieno di gioia e di solidarietà. Non è riuscito nel suo intento perché: “dobbiamo guardare i problemi che la storia ci impone”. Spesso i modelli di vita che vengono offerti dai registi italiani, propongono un mondo lontano da Dio. Un Dio inaccessibile o a intermittenza, che vive sulle nuvole e ci guarda con distacco. Nel cinema americano ci sono, invece, ancora film con degli spiragli di spiritualità. Penso – per fare un esempio – al film di Terrence Malick, The Tree of life. Eppure in Italia la fiction televisiva Don Matteo continua a fare una pioggia di ascolti e riesce sempre ad entrare perfettamente in sintonia con il cuore degli spettatori. C’è ancora bisogno di Dio in un mondo fatto di immagine e di gare di ascolti – come quello del cinema e della tv – dove tutto sembra ottuso, opinabile e reversibile?

“Certo che c’è ancora bisogno di Dio. E’ un bisogno insopprimibile nell’uomo. E se grandi film come The Tree of Life ce lo ricordano benissimo, devo dire invece che non mi è piaciuto granché l’ultimo film di Olmi (si trova una mia recensione sul sito www.familycinematv.it). Il suo mi sembra uno spiritualismo sempre più vago e più irreale: sta evaporando sempre più man mano che rifiuta ogni legame con Cristo e con la dimensione storica della Chiesa. Quanto a Don Matteo è un prodotto televisivo, che va in onda ogni settimana e quindi deve avere caratteristiche di leggerezza e di intrattenimento, ma è un prodotto che almeno mostra come la gente è aperta a una visione trascendente e intrisa di speranza. Devo dire anche che Don Matteo (che in queste settimane sta facendo ascolti record intorno al 28% di share) è per me un prodotto particolarmente caro: alla serie di quest’anno hanno lavorato più di dieci ex-allievi del Master che dirigo, dalla produttrice creativa della serie al supervisore delle sceneggiature, da diversi autori di puntate fino alla assistente personale di Terence Hill”.

 

D. Cogito et volo è un sito interamente dedicato ai ragazzi e alla loro formazione. Il sito pone un’attenzione particolare alle recensioni pubblicate periodicamente nelle sezioni Cinema e nella sezione dedicata ai Libri. L’obiettivo è quello di consigliare, orientare, guidare alla scelta di film e libri, cercando di promuovere un movimento di opinione che abbia come fine lo sviluppo di un sano senso critico. Qual è lo spirito critico che i ragazzi dovrebbero sviluppare nel guardare un film?

“E’ lo spirito di chi si confronta con un film come con qualsiasi altro prodotto culturale. Il film è sempre frutto del pensiero (e del lavoro, che a volte dura molti anni) di persone che vogliono dare una visione della vita e del mondo e con le quali è bello non stare a “bere” tutto, ma confrontarsi in modo intelligente. Proprio per questo nel 2004, insieme ad alcuni ex-allievi ormai amici, abbiamo iniziato la serie dei volumi Scegliere un film, che nel 2011 sono arrivati all’ottavo libro della collana. Un tentativo di confrontarsi in modo intelligente con le proposte valoriali e culturali del cinema, con l’aggiunta che a confrontarsi sono giovani professionisti del racconto (sceneggiatori, story editor, docenti universitari che lavorano con me), quindi persone abituate a guardare al “cuore” di una storia, ad andare in profondità senza fare letture astruse, come fa a volte certa critica cinematografica, né a rimanere in superficie come a volte fa il giornalismo, che si limita a “lanciare” un film invece di farne una valutazione”.

 

D. Oggi bambini e ragazzi sono i maggiori fruitori di prodotti televisivi a tutte le ore. La programmazione per questa fascia di età coinvolge delle questioni molto urgenti come la violenza e il sesso fin troppo esibito. Spegnere la TV o difendere la qualità della programmazione per ragazzi?

“Il mondo dei programmi per bambini è un mondo in forte effervescenza dal punto di vista dei canali, perché i broadcasters si sono accorti che la gente per far vedere “buona televisione” ai propri figli è disposta a spendere. Quindi fra canali in chiaro e a pagamento ci sono almeno una dozzina di canali per bambini in Italia (due canali Rai, i canali Disney, Boing, Cartoon Network, DeA Kids, ecc.) , buoni o relativamente buoni. Il problema è che poi i bambini si affollano sulle reti generaliste (RaiUno e Canale 5) in prime time, cioè alle nove di sera. Per questo è un controsenso che poi RaiUno mandi in onda a quell’ora programmi col bollino rosso. Vuol dire darsi la zappa sui piedi. Ci si rovina con le proprie mani proprio perché non ci si rende conto di chi è il proprio pubblico e delle sue esigenze”.

 

D. Spesso il cinema d’autore predilige le storie drammatiche, tormentate e fugge il lieto fine. Frequentemente propone modelli catastrofici di famiglie come se fossero una sana normalità. Eppure gli incassi delle commedie sembrano indicare un’altra strada. Penso al recente successo di Benvenuti al Sud, ai film di Ficarra e Picone o a quelli di Checco Zalone. Opere cinematografiche che, anche se non rimarranno negli annali della storia del cinema, tendono a presentare dei contenuti molto positivi. Più vicini, forse, al sentire della gente comune. Come spiega questo scollamento tra il pubblico e i film d’autore?

“E’ vero, in Italia c’è stato un certo scollamento fra cinema d’autore e pubblico, ma film come questi (aggiungo anche i film di Aldo, Giovanni e Giacomo) stanno cercando di invertire la rotta e di colmare il vuoto che c’era fra commedie volgarotte tipo i film di Natale e i seriosissimi e spesso tristi film “d’autore”. Va segnalato anche il lavoro che sta facendo la casa di produzione Cattleya, che se pur con alterne vicende, con film come Lezioni di cioccolato, Amore, bugie e calcetto e altri di questo tipo sta cercando di trovare la strada della commedia intelligente e di buon gusto”.

 

D. Il regista Pupi Avati ha affermato che il cinema è ormai sempre più destinato ad una élite culturale che decide i contenuti dei media in generale e che non sempre corrispondono al modo di pensare della gente comune. Come possiamo difenderci dai “pochi” che decidono i contenuti dei media?

“Per la natura stessa delle cose, a decidere i contenuti dei media saranno sempre in “pochi”. In ogni Paese del mondo sono qualche decina, qualche centinaio i professionisti del settore che davvero hanno “voce in capitolo”. La cosa importante è che quei pochi siano in qualche modo rappresentativi del “sentire” dell’intero Paese e non siano una minoranza culturale molto polarizzata, come avviene oggi in diversi Paesi del mondo. E’ un tema importante, di cui ci siamo occupati in un libro scritto con Gianfranco Bettetini, Quel che resta dei media (edizione Franco Angeli) di cui è uscita da poco un’edizione aggiornata. Questa presenza pluralista non è facile che venga programmata a priori. Alla fine, in pratica, chi ha qualcosa da dire di serio e sensato deve cercare di far sentire la propria voce, anche –e qui torniamo all’inizio dell’intervista- trovando le strade e seguendo i percorsi formativi che lo mettano in grado di riuscirci”.

 

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia