Cogitoetvolo intervista Paola Binetti

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Scrive che i grandi temi sollecitano non soltanto la nostra intelligenza, ma anche la nostra coscienza. E’ stata per quarant’anni un medico e una docente universitaria. Si è occupata di iniziative di volontariato e di formazione della gioventù. Ha poi partecipato a numerosi progetti di ricerca in Italia e all’estero. Ha scritto più di duecento articoli su riviste, oltre a numerosi volumi nel campo della Medical Education. E’ anche una grande tifosa della Roma: “Sono sette le partite” racconta entusiasta “ che vince di seguito. Adesso è al terzo posto consolidato in classifica. Non voglio dire che vinceremo lo scudetto, ma non lo voglio escludere!”.

Paola Binetti ha da sempre uno sguardo attento alla famiglia. Quella naturale, quella di cui parla la nostra costituzione. La famiglia in cui un uomo e una donna si assumono il valore e il peso di un vincolo e di una responsabilità nei confronti della società: “Sono convinta” spiega “che la famiglia debba tornare ad essere il valore di riferimento per ogni azione di governo”. Ed è proprio da qui che inizia la nostra intervista.

Papa Francesco ha detto che i nuovi modelli di famiglia, sotto il pretesto della modernità, sempre più favoriscono un sistema basato sul modello dell’isolamento. In tutto il mondo poi – e in Europa in particolare – sembrano moltiplicarsi le legislazioni anti-famiglia. Perché c’è questo interesse a destrutturare la famiglia?
“Questo accade perché tutta l’attenzione si concentra sulla tutela dei diritti individuali. Ora se è vero che il diritto individuale, in molti casi, può essere un valore, è anche vero che i diritti individuali, quando vengono declinati in maniera ossessiva, possono andare a discapito dell’altro. In questi casi valori come la solidarietà, la relazione di aiuto reciproco, il sostegno nei momenti di difficoltà vengono meno. La famiglia ha bisogno, invece, di riscoprire un tessuto di diritti che sono quelli che comportano contestualmente, i doveri che si declinano con senso di responsabilità reciproca e che offrono a ciascuno la sicurezza che in famiglia non sarà mai lasciato solo. Perché la famiglia c’è, la famiglia ci pensa, la famiglia ti tutela. Per questo stesso motivo la famiglia chiede che tu debba pensare agli altri e che tu sia capace di offrire agli altri quello di cui hanno bisogno”.

Cogitoetvolo è una testata giornalistica che è stata pensata per i giovani. Giovanni Paolo II ha detto che la giovinezza è un tempo dato dalla Provvidenza a ogni uomo. E’ anche un tempo di incertezze. Un tempo in cui sorgono domande sul senso dell’esistenza e in cui si concepiscono progetti concreti per il proprio futuro. “Voi” ha detto una volta il Papa polacco rivolgendosi ai giovani “siete la giovinezza delle nazioni e della società. Siete anche la giovinezza della Chiesa”. Che invito vuole fare ai giovani per vivere pienamente il periodo che stanno vivendo?
“Non c’è dubbio che questo periodo sia per i giovani un momento di massima incertezza. Il dato che ricavo con maggiore brutalità è quello che, pochissimi giorni fa, proprio l’ISTAT ci offriva con una disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 40-42%. Il che significa che un giovane su due è senza lavoro. Ora è chiaro che il giovane per costruire il proprio futuro, ha bisogno intanto di mettersi alla prova, non soltanto per guadagnare economicamente tanto quanto gli serve per essere autonomo. Ma poi ha bisogno di spendere i suoi talenti in progetti, in attività, in iniziative che gli permettano davvero di mettere le sue conoscenze, le sue competenze non soltanto al servizio degli altri, ma anche al servizio della costruzione del proprio futuro. Viceversa in questo momento tutto ciò è precluso proprio al 50% dei giovani. Cosa voglio dire? Non vi aspettate che ci sia qualcuno altro che risolva il vostro problema. Cercate di mettere in gioco il massimo possibile del vostro spirito di iniziativa, della vostra capacità di creare delle Start up, della vostra capacità di inventarvi un lavoro. Questo non è certo sufficiente per risolvere la crisi e crearsi una famiglia, ma non bisogna passare tutto il tempo con la sindrome del deserto dei tartari, in cui non accade nulla, ma si aspetta che accada ogni giorno qualcosa. Questo per i ragazzi può essere soltanto deprimente e può essere foriero di cattivi auspici. E’ proprio nella mancanza di contenuti al proprio lavoro, nella mancanza di contenuti alla propria esperienza che poi esplode quel vissuto, che può diventare alternativamente o un vissuto di depresso, di rinunciatario o un vissuto aggressivo che intende sfogare il proprio rancore, facendo del danno alla società che non sembra capace di farsi carico delle sue esigenze”.

Lei per quaranta anni è stata un medico e una docente universitaria che non ha mai cessato di riflettere sulla malattia, considerata come una di quelle esperienze con cui tutti prima o poi dobbiamo fare i conti. Eppure in un mondo ipertecnologico e che va sempre di fretta, parlare di malattia, parlare di dolore crea un po’ di disagio, forse, anche agli stessi medici. Quale deve essere il ruolo del medico di fronte al malato che sta per morire? E quanto è importante diffondere il concetto di una medicina che non perda mai di vista la persona?
“Nel 2015 abbiamo fatto una legge che io considero particolarmente interessante e a cui sono anche veramente affezionata e che vorrei fosse finanziata in modo più significativo. Questa legge istituisce le cure palliative e, in qualche modo, pone le basi perché il dolore venga tolto, utilizzando anche strumenti più complessi fino ad arrivare alla possibile sedazione profonda. Noi dobbiamo accompagnare il malato facendogli sentire che non è solo, facendogli sentire che occuparsi di lui non è un peso, promettendogli di non soffrire almeno fisicamente. Se riusciamo a mettere insieme queste tre cose, il malato ha vicino qualcuno che lo ama, qualcuno che gli è amico. Il malato sa di non soffrire, sa anche che la sua vita ha un tempo contato e quindi deve potere godere, punto per punto, di tutte le piccole cose che gli possono essere offerte: ad esempio dal calore degli amici alla possibilità di intrattenersi con loro, nelle attività che le sue energie gli permettono di svolgere. Ma, nello stesso tempo, può dare alla ricerca di senso della sua vita quel significato profondo che gli permette davvero di ricordare che la nostra è una vita ad tempus e che dobbiamo prepararci alla morte come un evento che arriverà sicuramente, anche se non sappiamo quando”.

La comunicazione digitale, l’avvento dei social oggi, sta provocando delle vere ondate di indignazione o ancora peggio di offese gratuite, a portata di un click, nei confronti di chi va controcorrente rispetto al comune sentire. Lo scrittore francese Michel Butor ha scritto che la crisi dello spirito è anche una crisi di comunicazione. Inoltre il web, mescolando pubblico e privato, sembra avere annullato tutte le distanze e di conseguenza il rispetto nei confronti dell’altro. Lei stessa nel suo profilo facebook ha scritto: “Ho deciso di utilizzare Facebook per un confronto sereno ed intelligente. Rispetto e buona educazione fanno parte del dialogo. Se dovessi incontrare amici “poco” amici, chiusi al dibattito e poco educati, sarò costretta a rimuoverli dai contatti”. Cosa bisognerebbe fare per rendere più pacate e civili le discussioni tramite i social?
“Il fatto è che i social, dietro la copertura dell’anonimato, in certi casi sembrano tirare fuori dalle persone le cose peggiori non solo in termini di aggressività, ma anche in termini di volgarità. Ciò che non diresti mai a quattro occhi a una persona, ti sembra facile scriverla. D’altra parte nessuno è stato educato all’uso dei media. Non c’è stata nelle scuole, una attenzione particolare per spiegare ai giovani cosa succede quando un messaggio aggressivo, violento o comunque provocatorio anche sul piano dell’offesa sessuale, giunge a una persona. Dobbiamo far riflettere di più i giovani, anche negli anni del liceo, e con loro vedere e valutare diversi programmi per poterli aiutare a reagire con più compostezza. Dobbiamo aiutarli a dire quello che pensano anche criticamente, a esprimere il proprio disaccordo con le reazioni che loro sentono montare dentro di sé. Ma questo si può fare senza aggredire, senza involgarire l’ambiente e senza farne quel circolo chiuso, in cui tutti sono un po’ più soli e in cui tutti si sentono un po’ più offesi. Bisogna recuperare il senso della relazione personale”.

Nella Giornata delle Comunicazioni, il nuovo arcivescovo di Palermo Don Corrado Lorefice, ha affermato che oggi più che mai bisogna rimanere sulle grandi parole perché c’è una sub cultura che sta formando le coscienze. Una subcultura che esprime sentenze sterili su questioni umane che toccano tutti: concezione del corpo, inizio della vita, malattia e ruolo dei medici, morte e eutanasia, famiglia e rapporto con la scienza. E’ una deriva culturale di fronte alla quale dobbiamo proprio arrenderci? E in che modo possiamo difenderci da questo appiattimento delle coscienze?
“Dobbiamo certamente difenderci da questo appiattimento delle coscienze e dobbiamo farlo, mantenendo sempre, uno spirito critico molto attento. Dobbiamo farlo diversificando le nostre fonti di informazioni, non basta mai leggere un libro solo perché questo libro, necessariamente, riflette un punto di vista. Abbiamo bisogno di leggere intorno a quell’argomento più punti di vista. Da questo punto di vista la rassegna stampa è straordinaria perché sullo stesso fatto, riporta i principali pareri delle principali testate. Io credo veramente che noi dobbiamo essere più coraggiosi, nel momento in cui decidiamo se comprare o non comprare un giornale, nel momento in cui decidiamo che tipo di sostegno eventualmente dare ad un giornale. Oggi noi sappiamo che c’è in corso una forte manovra di concentrazione di testate. Per esempio Repubblica che, in qualche modo, compra La Stampa di Torino che ha sempre maturato un certo tipo di cultura, di identità cittadina. La Stampa, grazie anche all’uso che noi ne faremo, deve poter mantenere il suo principale obiettivo che è quella dell’obiettività”.

Sembra che il parlamento italiano non sia più in grado di promulgare una legge, senza darle un nome inglese. Jobs Act, Freedom of information act, Stepchild Adoption sono soltanto alcuni esempi. A tal proposito il prof. Sabatini, presidente onorario della Accademia della Crusca, ha affermato che è improponibile, per la lingua italiana l’uso di tutti questi anglicismi. Senza contare il fatto che , a volte, di fronte al cambiamento di una parola, si vuole nascondere la falsa illusione di aver cambiato le cose. Cosa pensa di questo fenomeno?
“C’è probabilmente una esigenza del nostro Paese ad essere filo-anglista. Io penso che se proprio la gente deve parlare inglese, è bene che lo conosca bene e che la sappia parlare correttamente, familiarizzando con le parole, con gli accenti, con i contenuti. La nostra televisione potrebbe trasmettere per lo meno un canale in cui le informazioni, sono informazioni in inglese. Dovrebbe trasmettere molti più film in originale, ma in ogni caso si dovrebbe rafforzare l’obiettivo dell’italiano come conoscitore delle lingue perché significa riconoscere, soprattutto ai giovani italiani, il fatto di essere cittadini del mondo. Ma anche il fatto che professionalmente si possono spostare con maggiore facilità”.

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia