Coloriamo il nostro futuro

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Sabato 23 febbraio 2013, ore 8:00, liceo scientifico “Majorana” di Moncalieri (Torino).

L’atrio della scuola lentamente si riempie di genitori e ragazzi. Ognuno è provvisto di pennelli, rulli, scale e … tanta buona volontà. Sono tutti volontari che hanno aderito a un progetto autogestito per il riordino dei locali dell’istituto: con i fondi scolastici è stata acquistata la pittura; strumenti e manodopera vengono forniti gratuitamente dalle famiglie.

Alcuni genitori organizzano i lavori: dividono i presenti in “squadre” e assegnano loro un locale da tinteggiare. Nell’arco della giornata si prevede la risistemazione di sette aule e dei bagni adiacenti. I lavori iniziano: vengono svuotati i locali, si ammassano i banchi nei corridoi, sui pavimenti si stendono teli di protezione. Rulli e pennelli affondano nelle pesanti latte di pittura. Ognuno ha una porzione di muro da imbiancare. Le mani degli adulti segnano sulle pareti linee decise che incrociano a tratti quelle degli studenti, a volte insicure e un po’ impacciate. Il clima è gioviale: alle battute e alle risate si alternano le indicazioni e i consigli di chi, quel lavoro, l’ha svolto tante volte. Esperienza ed entusiasmo si fondono in un alacre connubio. I lavori procedono febbrilmente. Il bianco opaco delle pareti, immancabile residuo del trascorrere degli anni, ben presto lascia il posto a un rinnovato candore. L’odore della pittura fresca si mescola al lieve profumo di un ultimo scorcio d’inverno che entra prepotente dalle finestre aperte. Con la medesima nitidezza si percepisce, intensa e quasi tangibile, l’energia che scaturisce dalla convinzione di un progetto condiviso.

Sono le 11.00. Affiorano i primi segnali di stanchezza. Una pausa per un caffè e per quattro chiacchiere è d’obbligo. Mezz’ora dopo i lavori riprendono. Il breve intervallo e la soddisfazione per i risultati ottenuti infondono nuovo vigore.

Sulla porta dell’aula si affaccia un ragazzo: è uno studente dell’ultimo anno. Con uno sguardo sommario pare valutare la situazione. “Lo sapete che sulle quote d’iscrizione è stata applicata una maggiorazione per le spese di gestione dell’istituto? Queste tasse voi le pagate! Perché siete qui a fare quello a cui dovrebbe provvedere la scuola? Se tutti facessero come voi, nessuno si accorgerebbe di ciò che non va e lo Stato continuerebbe a sentirsi autorizzato a latitare, come già sta succedendo!”

Un papà gli risponde: “Se sei qui a fare propaganda sindacale, non è né il luogo né il momento, ma se vuoi dare una mano, eccoti un pennello. Questa scuola è anche un po’ tua!”

L’ultima frase ha centrato in pieno l’obiettivo del progetto. Non ci troviamo lì solo per la novità dell’iniziativa, per trascorrere alcune ore al di fuori del solito contesto. Si fa strada la consapevolezza del vero senso di quella giornata: dare un contributo per rendere migliore qualcosa che ci appartiene, non semplice proprietà, ma più profonda condivisione di un’identità civica.

Mi viene in mente mia nonna che, per far sopravvivere la piccola scuola di montagna che frequentava, ogni mattina portava un ciocco da ardere. Con lei immagino gli altri bambini di quella scuola accatastare il loro ruvido fardello accanto a una vecchia stufa. È vero, erano altri tempi, tempi in cui mancavano i soldi un po’ per tutto. Ma erano anche i tempi in cui il senso d’appartenenza e l’orgoglio civico davano coesione alla comunità.

Tinteggiare un angolo della mia scuola non è stato per me accollarmi un onere, ma , semplicemente, offrire un piccolo servizio per migliorare la realtà in cui vivo. Mi piace pensare che il lavoro dei volontari venga considerato un atto di fiducia nel futuro e non un maldestro tentativo di colmare il vuoto di uno Stato assenteista.

Voglio credere in un domani in cui ognuno colori una piccola porzione di muro per abbellire un comune grande edificio di cui molti possano essere i beneficiari. E in questa possibilità voglio continuare a sperare.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.

  • il fare per sistemare le cose senza aspettare aiuti da terzi è sempre stato l’insegnamento dei nostri nonni.
    Forse noi non siamo riusciti a trasmetterlo ai nostri figli, in un epoca più facile in cui tutto sembra dovuto. Nemmeno la politica di questi giorni sembra fornirci il giusto esempio

    • Probabilmente hai ragione: non abbiamo trasmesso ai nostri figli la sana e costruttiva abitudine a darsi da fare, a “rimboccarsi le maniche” o, almeno, non l’abbiamo trasmessa loro a sufficienza così come hanno fatto i nostri nonni con i nostri genitori. Ma ogni cosa è figlia del suo tempo. Al contrario dei nostri nonni, noi abbiamo avuto la fortuna di nascere in una società in espansione economica, siamo cresciuti in un periodo in cui lo Stato poteva ancora permettersi di svolgere i suoi compiti d’assistenza e di potenziamento culturale e formativo. Oggi, per motivi che non è possibile sviscerare in questa sede, non è più così. Che le istituzioni siano sempre “meno presenti” è ormai un dato di fatto. E allora stiamo a guardare?

      Il progetto del Liceo Majorana, nel suo piccolo, è un esempio positivo di come, in momenti di difficoltà, si possano trovare soluzioni ragionevoli e poco dispendiose usando il buon senso. Non possiamo continuare ad affossare il senso civico sotto montagne di critiche e di accuse o attribuire ad altri le responsabilità e i doveri in un continuo “scarica barile”. Se ci guardiamo intorno possiamo vedere tanti altri esempi in cui la buona volontà prevale sul menefreghismo. Mi viene in mente l’attività di una trentina di volontari che da una decina d’anni tengono in vita il cinema di un paese del cuneese destinato alla chiusura dopo i tagli ai fondi comunali. Quel cinema, distrutto dall’alluvione del 1994, e poi ricostruito con la manodopera e le donazioni degli abitanti di un paese del Nord Est d’Italia, deve la sua sopravvivenza alla tenacia di alcune persone che offrono il loro lavoro, dalla manutenzione alla sicurezza, dal servizio bar alla sorveglianza, a titolo completamente gratuito. E’ la dimostrazione tangibile che dall’impegno di ciascuno possono nascere e realizzarsi importanti progetti. Ai nostri ragazzi dovremmo insegnare che le radici per un futuro migliore affondano proprio in questi esempi.

  • Complimenti! Questo è un segno concreto del “senso civico”, di cui troppo spesso noi italiani manchiamo ed è “buona pratica” divulgare queste realtà e farle conoscere.

  • Bellissimo davvero, fa riscoprire i valori del lavoro di gruppo e dell’importanza dei beni di una comunità, bravissima!!

  • Aiutando a dipingere e pulire la scuola, mettendoci del “proprio” nel progetto, sembra quasi che le aule diventino più nostre e di conseguenza stiamo più attenti ad averne cura e a rispettare ciò che contengono. Si impara a non rovinare gli spazi condivisi perchè si comprende maggiormente quanto, dal lavoro di ognuno, possano trovarne beneficio tutti e, al contrario, dall’incuria ne derivi un danno per molti. E’ questo un principio basilare del vivere comunitario, ma, oggi più che mai, poco condiviso.

  • Un plauso all’atteggiamento costruttivo riportato in questo esempio concreto che sempre di più latita nella nostra società, dove l’egoismo e gli interessi personali fanno da guida: la cosa grave però è che li diamo per scontati e quindi queste iniziative risultano addirittura eccezionali se non criticabili…

  • Lodevole iniziativa, ma condivido le parole dello studente dell’ultimo anno.

    • Faccio parte di una generazione vissuta in un periodo in cui l’impegno
      di ciascuno per la comunità era una prassi. Oggi invece prevale
      l’individualismo e ciò non porta a nulla di buono. Il progetto del
      Majorana è la dimostrazione che, quando si collabora a un fine comune,
      si ottengono ottimi risultati.

  • Un caro ricordo, che la splendida Elena fa riaffacciare: all’età di 24 anni mio padre stava dentro la fabbrica, col fucile, per difendere gli impianti durante la ritirata tedesca… Difendeva il suo futuro. Voleva costruire una famiglia e coltivare mille altri sogni.
    In modo bipartisan, adesso cito:
    “Resistere! Resistere! Resistere!”
    “Non fatevi rubare il futuro!”
    Grazie ragazzi!

  • Ottima iniziativa, vero che ci deve pensare “lo stato” ma ricordiamoci che “lo stato” siamo noi! Ritengo interessante il pensiero espresso dalla studente e mi pice pensare che ci siano giovano, che sono il nostro future, con idee chiare ed altruistiche per “colorare il nostro futuro”.

  • Bello.Ho partecipato e ne son contento.Lo rifarei domani.Ma solo per i ragazzi.Non entro in polemiche che sarebbero sterili ma, e mi ripeto lo rifarei.Ma non tocca a noi farlo.Perchè?Perchè c’è chi deve farlo e per tanti motivi non l’ha fatto.Comunque il mio pennello è sempre pronto.Prima lo faccio(perchè si deve fare, come in questo caso dove il degrado era notevole) e poi lo contesto.Io sono fatto così.

  • Mia nipote ha partecipato all’iniziativa e quando è tornata a casa era stravolta ma fiera di quel che aveva fatto. Mi ha brevemente descritto la lunga giornata di cui era stata protagonista insieme a molti altri suoi compagni e le sue parole mi hanno subito riportato alla mia gioventù. In famiglia eravamo tanti ed erano frequenti i momenti difficili, duri, in cui era doveroso adattarsi alle circostanze e darsi sempre da fare per la collettività. Spesso le soluzioni ristrettive adottate dai miei genitori erano scomode ma sicuramente utili, efficaci ed efficienti.
    Per foruna i ragazzi del Majorana non si sono scoraggiati e senza timore, ma con ferma convinzione, hanno impugnato un pennello e offerto il loro contributo. Li ammiro per questo, ma ammiro soprattutto i loro genitori che, nonostante gli impegni e magari anche un pò di rabbia perchè la scuola non offre più i servizi per cui hanno pagato, si sono resi disponibili e hanno dato per primi il buon esempio. Spero che molti altri possano comportarsi seguendo loro come modello per riuscire a gettare le basi per un buon futuro.

  • Complimenti Elena!!! E’ bello sentirsi parte di un’impresa comune per il bene della comunità!

  • L’articolo è bellissimo. Ci sono i “colori” della condivisione, dell’entusiasmo, del senso civico, della fiducia e quello di cui i giovani sono dipinti dentro: la speranza.

  • Che l’articolo sia più che pregevole mi pare un dato di fatto e vorrei complimentarmi con Elena Letizia. Ho letto i commenti con le relative sottolineatura. Io vorrei soffermarmi sulle ultime righe che Elena Letizia ha utilizzato in chiusura del suo articolo: “Voglio credere in un domani in cui ognuno colori una piccola porzione di muro per abbellire un comune grande edificio di cui molti possano essere i beneficiari. E in questa possibilità voglio continuare a sperare.” Intanto il “voglio credere” sta ad indicare una volontà certa, una mèta, una caparbia promessa. E poi il “colorare un muro di un grande edificio di cui molti possano essere i beneficiari” è dare colore alla vita, alla condivisione, all’appartenenza, all’utopia. Giorgio Gaber scriveva: “Dovremmo essere capaci di capire che un uomo non può essere vitale se non si sente parte di qualcosa e se non ha la forza di frequentare il futuro con gioia, felicità. Perché la spinta utopistica non è mai dolorosa. La spinta utopistica non ha memoria e non si cura delle lunghe, eterne, attese.
    La spinta utopistica deve essere subito. Qui. Ora.” Grazie, Elena Letizia, grazie della tua utopistica certezza che il mondo, se colorato da voi/noi, sarà migliore.
    Franco Collimato