Colpi da record

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È il più grande tennista di tutti i tempi. Lo dicono i critici (giudizio pressoché unanime) ma lo certificano soprattutto i risultati sportivi. Nessuno, in carriera, ha vinto più di Roger Federer: sono ben 67 i titoli conquistati, con una percentuale di successi superiore all’80% e con tutta una serie di record difficili da battere.

Basti citare le quasi trecento settimane vissute in vetta al ranking mondiale, i cinque Tornei di Wimbledon vinti consecutivamente, i successi ottenuti in tutti e quattro i tornei del Grande Slam.

I numeri dicono molto, ma non dicono tutto. Molto più convincenti sono in realtà le caratteristiche tecniche di Federer, considerato il punto di incontro tra il tennis classico, nel quale doti come la sensibilità e il tocco esercitavano un ruolo importante, e quello moderno, affermatosi con l’evoluzione tecnologica delle racchette.federer

«Del tennis antico – garantiscono i critici – Federer conserva senz’altro l’eleganza dei gesti. È uno dei pochissimi tennisti a giocare di diritto nella posizione classica, con il piede destro parallelo alla linea di fondo. Il risultato è un colpo molto veloce, di difficile lettura per l’avversario e molto carico di effetto.
Straordinario anche il rovescio e davvero unico per precisione il servizio, con la pallina che viaggia mediamente attorno ai 200 chilometriall’ora».

Professionista a 17 anni

Sono valutazioni talmente perentorie, quelle dei critici, da azzerare o quasi lo spazio per le discussioni. E tuttavia proprio Federer aggiunge a tutte queste valutazioni qualcosa di imprevedibile: «La mia dote migliore non è di carattere tecnico – sottolinea – ma va ricercata nella reattività. Quando qualcuno sta per colpire la palla, io ne prevedo a istinto la traiettoria e la velocità, è come se l’avessi già vista partire.
Il segreto del mio colpo d’occhio è da ricercare nell’attenzione con cui ho sempre osservato, con il dovuto rispetto, i colpi dei miei avversari. È come se il mio cervello avesse memorizzato in una scheda le caratteristiche di ciascuno. Tutto questo mi garantisce un enorme vantaggio».
Una sola volta, dopo un torneo perso ad Amburgo, si ricorda da parte di Federer un gesto di stizza, con la racchetta lanciata rabbiosamente per terra. Ma era il 2001, sono passati dieci anni e da allora l’atteggiamento in campo è sempre stato ispirato a grande serenità.

«Quando sono in difficoltà – osserva Federer – mi concentro sul mio gioco. In passato, quando ero sotto con il punteggio, venivo preso dall’ansia e cercavo di cambiare qualcosa. Oggi sono sempre molto calmo e ho fiducia nei miei colpi».

federerUna serenità, quella di Roger Federer, che ha le sue radici anche nell’educazione familiare. Il padre Robert, svizzero, e la madre Lynette, sudafricana, gli hanno concesso sin da bambino ampio spazio per la pratica sportiva a patto che non trascurasse gli studi.
E a Munchenstein, un paesino nei dintorni di Basilea, ricordano Roger come uno studente modello, sempre promosso a pieni voti e con interessi che spaziavano ben al di là delle materie scolastiche.

«Ho cominciato a giocare – racconta Roger – quando non avevo ancora compiuto i sei anni. Nessun maestro, il tennis era uno dei tanti sport che praticavo per puro divertimento. Tra tutti preferivo il calcio, me la cavavo bene a centrocampo, sarei stato un buon numero 10.

La prima lezione di tennis? Una lezione di gruppo settimanale, niente di speciale. Era il 1990, avevo nove anni. Soltanto tre anni più tardi ho deciso di concentrarmi esclusivamente sul tennis, una scelta felice se è vero che ho bruciato subito le tappe: campione svizzero assoluto a 14 anni, professionista a 17 anni, dopo aver vinto il torneo di Wimbledon per juniores».

Impegnato nel sociale

I successi ottenuto nel tennis, con i continui spostamenti in giro per il mondo, non hanno impedito a Roger di avere una vita familiare molto serena. La moglie Miroslava Vavrinec, ex-giocatrice di buon livello, vive a Wollerau, nel Canton Svitto, con le due gemelline, Myla Rose e Charlene Riva, che compiranno due anni nel prossimo luglio.
Entrambi sono molto impegnati nel volontariato e non mancano di prestare la loro opera soprattutto a favore dei bambini disagiati. Roger non pubblicizza questa sua attività ma a testimoniarlo c’è una fondazione che porta il suo nome, creata con lo scopo di intervenire a sostegno di opere umanitarie, soprattutto in Sudafrica.
Di lui si ricordano anche le iniziative per aiutare le persone colpite dallo tsunami nell’Oceano Indiano, con partite di beneficenza organizzate tra i tennisti più popolari e con fondi devoluti poi all’Unicef. In occasione della giornata mondiale per la lotta all’Aids, nel 2007, Roger prestò inoltre la propria immagine per un video volto a sensibilizzare l’opinione pubblica.
A 31 anni, e con alle spalle una carriera ricca di successi ma al tempo stesso molto logorante, Roger Federer non ha perso la voglia di essere comunque protagonista. Alcuni infortuni lo hanno costretto nella passata stagione a cedere lo scettro a Rafa Nadal e a lottare con Djokovic e Murray per mantenere la seconda posizione e tuttavia non si dà per finito.

«Ogni volta che i critici mi hanno considerato finito – dice – sono tornato più forte di prima. Con Nadal c’è una grande rivalità ma c’è anche una stima reciproca altrettanto grande. Ammiro il suo gioco e credo sia lo stesso per lui. Di sicuro i nostri duelli servono a tenere viva l’attenzione sul tennis, il che è molto positivo in un momento in cui si gioca a ritmi serrati, praticamente senza soste».

«Di certo – continua Roger – tutti i record che ho battuto mi consentono di giocare più rilassato. Ho ottenuto in carriera quello che pensavo fosse soltanto un sogno. Gli infortuni sono ormai alle spalle, ho ritrovato certe sensazioni indimenticabili, le stesse che provavo alla fine del 2007 prima che i dolori alla schiena m’imponessero di rallentare il ritmo. Allora mi veniva tutto facilissimo e mi stupivo di me stesso.

Adesso devo ringraziare tutti i ragazzi che si stanno affacciando alla ribalta, da Murray a Davydenko e Tsonga, per non parlare naturalmente di Rafa Nadal. Questi giovani servono bene e non hanno apparentemente punti deboli. Grazie a loro, e agli stimoli che mi regalano, sono diventato un giocatore migliore.
Ma il ringraziamento più grande lo devo a me stesso. Ho sempre saputo di avere molto talento ma ho cercato prima di tutto di non sprecarlo. Certo, devo allenarmi duramente, non devo mai dare nulla per scontato: forse la vera molla è proprio nella curiosità di verificare quali sono i miei limiti.
So anche prendermi i miei spazi, so che il tennis non è tutto nella vita e questo mi ha aiutato a superare i periodi negativi. Sto facendo un viaggio davvero incredibile, vediamo quando finirà, speriamo il più tardi possibile.
So però che potrebbe accadere. Me lo dico sempre, dopo ogni vittoria: “Potrebbe essere l’ultima, potrebbe finire tutto proprio qui”. Ma poi mi ritrovo a stringere i denti e a guardare avanti. E a dirmi che quel momento non è ancora arrivato».

Articolo tratto da Mondoerre

 

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