Come averti ancora accanto

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C’è una pagina aperta a caso nel mio diario.

25 AGOSTO.

Leggo e rileggo a fatica quell’unico pezzo di memoria.

Ricordo una festa. Il mio ritorno a casa. La decisione di scrivere controvoglia. E quattro righe buttate giù di getto. Era stata una serata perfetta e non avrei potuto non ricordarla per sempre.

Ci sono momenti in cui nulla può prevalere e nessun dolore può spegnere la gioia di ritrovarsi. Ritrovarsi. Ecco. Come non era mai successo. Rincontrarsi tra cugini, rivedersi bambini e riscoprire che tutto cambia e tutto resta com’era. Giuditta, il dolore ci unisce. Ci fa rincontrare. Che bello!!! Una serata da incorniciare.

 

La festa era tutta per te, l’avevi voluta per stare con noi. Ed io ne ero orgoglioso. Da quel momento sarebbe dovuta diventare una consuetudine. Ogni anno, con tutti i cugini, l’ultimo sabato di agosto. Per sempre.

Ciascuno nella sua bontà provava a comunicarti qualcosa, a darti forza o, magari, per paura di ferirti, non ti diceva nulla, ma ti stava accanto comunque. Non c’era un segreto per parlarti. Né un coraggio da trovare. L’unica sfida era raccontarsi col cuore.

L’odore di porchetta riempiva i nostri piatti e i racconti del tuo viaggio in Sardegna saziavano ogni immaginazione. Tante prelibatezze da gustare, magari da condividere, un giorno, insieme. Poi i cugini che arrivavano alla spicciolata ognuno con il suo nodo in gola, ognuno con la sua ventata di buonumore. Tutti per te.

Eri a capotavola e Giovanni ti girava intorno incuriosito da quello strano mezzo che ti faceva muovere. “Gioia di mamma”, chiamavi così il diamante di due anni che giocava, correva, cadeva, si rialzava, esultava. Quell’ “ometto del papà” seminava tra gli invitati sorrisi dorati e turchesi. I colori più belli. I suoi colori.

Parlavamo del viaggio, della voglia di partire. Volevi andare in moto sulla Route 66 o magari in bici lungo il Cammino di Santiago. Eri curiosa, sorpresa. Ti eccitava l’idea di decollare. Di andare. Di dare una scrollata a quella sedia e di metterla in moto. Finalmente. T’inchiodava le gambe da troppo tempo ma faceva fatica ad incollarti l’anima, la volontà, i sogni, i progetti. Quelli no. Non si sarebbero mai inginocchiati al dolore.

Così, mi dicevi che la tua testa, a volte, andava per conto suo e cercava, indagava, provava a scoprire qualcosa che, forse, neppure i medici conoscevano. Sapevi tutto della tua malattia. Ne ero convinto. Con quel telefono navigavi a gonfie vele e nessuno avrebbe potuto raggiungerti. Il mare era alto e sapevi che gli altri non erano bravi quanto te.

Notte o giorno. Buio o luce. Per te era sempre tempo di restare sveglia. Perciò mi chiedevi: “Cosa posso fare per dormire?” proprio nel momento in cui io chiedo a te: “Cosa posso fare per svegliarti?”.

Il cielo è grigio.

Il legno lucente della tua nuova casa ormai umido. La terra si schiude per una nuova figlia. Ombrelli aperti. Eterno silenzio. Fiori dispiegati come petali di rose. Tutti per te. Tutti ad abbracciarti. Provando a scaldarci nell’ultima luce di settembre.

Piove.

Il cielo è triste. Piange per te.

Nemmeno uno squarcio d’azzurro a ricordarmi la bellezza della vita. Nemmeno un gabbiano a spiegarmi la tua rotta. Forse il mare o l’infinito. Forse il viaggio che sognavi da sempre.

Te ne sei andata.

Non so dove né come.

Sei partita. Forse in moto o in volo.

E ci hai lasciati così, nei tuoi trentun anni di vita.

Un mistero, un disegno. Destino.

Provo a contemplarlo, immobile, nelle cose belle che di te mi restano.

Provo a dirmi di lasciar perdere: non c’è spiegazione, solo tanta rassegnazione.

Provo faticosamente a reagire.

Allora scrivo di te. Ed è come averti ancora accanto.

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!