Come Papageno

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Nelle carceri, più che in ogni altro luogo, l’arte parla del senso profondo della vita.

“Non c’è solo un valore estetico nel fare musica: dalla sua bellezza intrinseca, in grado di comunicare universalmente, scaturisce un intenso valore etico. La musica è necessaria alla vita, può cambiarla, migliorarla e in alcuni casi può addirittura salvarla. Per questo motivo da sempre insisto sull’importanza dell’educazione musicale, che in ultima analisi diventa educazione dell’Uomo.” Sono le parole di Claudio Abbado, celebre direttore d’orchestra e dei più prestigiosi teatri europei. A un anno dalla sua scomparsa continua a vivere la preziosa eredità che ci ha lasciato: quella legata alla sua carriera artistica, ma anche alle sue iniziative umanitarie.

Il 4 luglio Bologna è stata teatro di una manifestazione davvero speciale. Protagonisti i detenuti del carcere Dozza che si sono esibiti con alcuni volontari in un ricco repertorio musicale per omaggiare il Maestro. A sostenerli la presenza commossa dei cittadini che hanno assistito allo spettacolo. Nasce nel 2011, proprio su iniziativa di Abbado, il progetto di un coro polifonico all’interno del penitenziario: è il Coro Papageno, dal nome di un personaggio de “Il flauto magico” di Mozart noto per la sua evoluzione da uccellatore bugiardo e truffaldino a giovane saggio e onesto. “Il coro è l’espressione più valida di ciò che sta alla base della società: la conoscenza e il rispetto del prossimo, attraverso l’ascolto reciproco e la generosità nel mettere le proprie risorse migliori a servizio degli altri.” Da sempre convinto che la musica sia un efficace strumento di riscatto sociale, nel corso degli anni Abbado ha permesso a centinaia di detenuti di recuperare la dignità umana. Ha concesso una seconda possibilità a chi nella vita ha sbagliato. Ha offerto un’occasione di crescita e redenzione a chi ha sostenuto il peso del fallimento.

L’arte è in grado di portare colore anche nei luoghi più grigi, può far nascere la bellezza tra cemento e filo spinato. E portare luce, là dove solitudine e disperazione annullano gli individui nel buio di una vita senza speranza. Ecco perché continuano a diffondersi nelle carceri iniziative riguardanti il teatro, la musica, la scrittura, la pittura. Accanto al progetto di Abbado, la scuola di pittura di Raimondo Imbrò nella Casa Circondariale di Ferrara, le lezioni di storia dell’arte di Claudio Caldana nel carcere di Montorio, i corsi promossi da Lions Club nel penitenziario di Lamezia Terme. E altri ancora. Una miriade di progetti di volontariato con un unico filo conduttore: l’arte come strumento per riqualificare l’individuo e far emergere la sua parte migliore. Un’arte che eleva e nobilita l’animo umano, che ne potenzia le qualità. Attraverso la produzione artistica i detenuti esprimono il loro forte bisogno di comunicare. Ecco allora che un quadro narra una storia, una vita, quella tra le mura e quella che attende fuori. Frammenti di una recinzione sospesa nell’azzurro di una tela raccontano il desiderio di libertà, definiscono un confine oltre il quale recuperare il significato della propria esistenza. Una scala che sale nel cielo e si perde tra le nuvole fino a sparire o un albero che si staglia solitario sull’orlo di un precipizio: forme e colori che danno voce a chi spesso vive nel silenzio. Ed è una voce potente. Una voce che arriva al cuore. Nelle carceri, più che in ogni altro luogo, l’arte parla del senso profondo della vita, rinnova l’umanità dei detenuti, esprime il bisogno di indagare e di indagarsi.

Perché, come ci ricorda Stella Adler, “la vita abbatte e schiaccia l’anima, ma l’arte ti ricorda che ne hai una”.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.