Come Vincent ingurgitò un tubetto di colore giallo

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«Sa, era affetto da xantopsia, una distorsione della percezione che gli faceva vedere il mondo più giallo di quello che effettivamente fosse. E secondo me avrebbe voluto togliere questo giallo in eccesso, mangiarselo tutto quanto per scoprire il vero colore della realtà, che non gli era dato sapere.»

[…] Adesso abbiamo qui un colore stupendo, intensissimo, senza vento, che fa proprio al caso mio. Un sole, una luce che in mancanza di meglio non posso che chiamare giallo, giallo zolfo pallido, limone oro pallido. Com’è bello il giallo! E come vedrò meglio il Nord!

Vincent Van Gogh

Campo di grano con cipressi (1889), Van Gogh, olio su tela – Museum Of Modern Art, New York

«Disegnami la depressione», le chiese un giorno la Signora.

«La depressione per me è un immenso campo di girasoli all’equinozio di primavera», rispose senza un minimo di esitazione Viola. Che risposta inconsueta. Nessuno assocerebbe mai una sensazione tanto negativa a qualcosa di così etereo e luminoso. Infatti, la Signora non esitò un attimo ad esigere una spiegazione sensata a tale risposta.

«Molto spesso pensiamo che il modo in cui ci sentiamo debba necessariamente rispecchiare la realtà che ci circonda. Ma non funziona così: è troppo facile essere di cattivo umore o sentirsi soli in una grigia metropolitana milanese all’ora di punta. Depressione è sentirsi soli e tristi anche quanto tutto ciò che ti circonda è bello, è perdere la capacità di stupirsi di fronte alla bellezza, è sentirsi soli e tristi in un immenso campo di girasoli in una giornata di equinozio primaverile…» Erano le sei del pomeriggio e fuori il cielo si era rabbuiato tutto d’un colpo. Tra poco sarebbe arrivato un temporale, ma alle due figure sedute nel giardino della villa sembrava l’ultimo punto della lista delle cose di cui preoccuparsi.

«Io sono stata una volta, tanto tempo fa, in un campo di girasoli. Le immagini nella mia mente sono tanto offuscate che ricordo a malapena il colore dell’abito che indossavo. Erano bellissimi ed ero felice. Non credi che il giallo sia un colore meraviglioso?» lo sguardo dell’anziana si era illuminato di una luce particolare, quella di chi riesce a ricordare qualcosa di bello ed è felice di aver avuto la possibilità di viverlo. «Tanto meraviglioso quanto ingannevole. Vincent lo mangiava perché era convinto contenesse chissà quale formula chimica per la felicità. Guardi un po’ come è finito: a tagliarsi pezzi di orecchio e tirare piatti al suo migliore amico nel tempo libero. Anche io mangerei un tubetto di colore giallo, ma per finire all’altro mondo una volta per tutte. Io e lui saremmo andati spaventosamente d’accordo. Sa, era affetto da xantopsia, una distorsione della percezione che gli faceva vedere il mondo più giallo di quello che effettivamente fosse. E secondo me avrebbe voluto togliere questo giallo in eccesso, mangiarselo tutto quanto per scoprire il vero colore della realtà, che non gli era dato sapere».

«E così Van Gogh era affetto da una sorta di daltonismo giallo, molto interessante. Sai così tante cose, bambina mia, mi chiedo come tu sia potuta finire in un posto del genere». la Signora sembrava sinceramente intenerita dall’ammirevole spirito di osservazione della ragazza. «Sono finita in un posto del genere perché ho mangiato troppi tubetti di colore giallo. Ho fatto una sorta di indigestione di realtà che mi ha portato ad essere così come sono e a non volerlo più essere una volta per tutte. Clinicamente sono troppo sensibile ed empatica: tutto ciò che vivo mi colpisce con una forza che è il quintuplo di quella che colpisce una persona normale. A furia di ricevere scossoni dalle circostanze accadutemi in questi diciassette anni sono caduta come una pera cotta sul più bello. Però non mi sono ancora tagliata un orecchio, almeno». Quest’ultima affermazione fece scoppiare la Signora in una genuina risata. Più proseguivano nella conversazione, più quella ragazzina dai capelli biondo cenere e gli occhi nocciola le stava simpatica.

«L’empatia e la sensibilità sono qualità notevoli, dovresti andarne fiera. Purtroppo ricordo ben poco degli eventi che si sono succeduti nella mia vita, ma le persone empatiche e sensibili che ho incontrato – oltre a contarsi a malapena sulle dita di una mano – sono state anche le più intelligenti, sincere e brillanti. Se rimarrai qui un altro po’ magari ti racconterò le loro storie».

«Le posso assicurare che per una discreta quantità di tempo non andrò da nessuna parte. Non finché continuerò a vedere il mondo molto meno giallo di quanto effettivamente sia. E sarei lusingata se lei mi raccontasse le loro storie. Oltre all’indigestione di realtà ho fatto indigestione pure di storie di vita altrui. Ho questa sorta di curiosità intrinseca che mi porta ad immagazzinare racconti su racconti per poi rielaborarli in piccole storie brevi e conservarli per sempre su carta». In quel momento la ragazzina scomparve dentro la borsa di cuoio che aveva poggiato sotto al divanetto di vimini sul quale erano sedute. Riemerse una frazione di secondo dopo con un grandissimo plico di fogli bianchi – la maggior parte stropicciati – inserito all’interno di un raccoglitore giallo.

«Ecco qui la mia condanna a morte. Almeno scrivendo le cose sulla carta le faccio uscire dalla mia testa. Le lascio immaginare dove sarei adesso se tutti i pensieri che intasano la mia materia grigia quotidianamente non fossero stati scaricati e successivamente sottoposti ad una mirata azione di purificazione. Scrivo per sopravvivere. Le mie storie, i miei personaggi, sono tutto ciò che ho di più bello. Credo che la fortuna più grande dell’homo sapiens sia stata quella di essersi dotato della tecnica dell’astrazione. L’immaginazione è al tempo stesso la mia forza ed il mio tallone d’Achille perché mi fornisce una percezione distorta della realtà. Tutto ciò che vedo dentro la mia testa è sempre molto più bello di quello che c’è realmente al di fuori di essa. L’inguaribile morbo del sognatore, oserei definirlo». Concludendo la frase, Viola sospirò a fondo, togliendosi dagli occhi una ciocca di capelli che le era accidentalmente finita sul viso a furia di continuare a toccarli. Uno dei tanti piccoli gesti ossessivo-compulsivi che era solita adottare quando le capitava di parlare molto con qualcuno, come stava facendo ora.

«E così sei una scrittrice. Mi sembra di ricordare che anche mia figlia lo fosse. Eppure non ricordo né il suo nome, né il colore dei suoi occhi. Sono una madre terribile». Gli occhi della Signora iniziarono ad inumidirsi.

«Non è colpa sua: sono sicura che sua figlia – dovunque lei sia – può vantarsi di aver avuto una madre fortissima. Molto spesso la nostra mente ci gioca brutti scherzi e smette di funzionare come dovrebbe, diventando ladra dei suoi stessi ricordi. Anche se è terribile perdere la capacità di ricordare deve sempre pensare che la capacità di essere ricordati è eterna. Ed è un onore vivere nei ricordi degli altri – che siano belli o brutti – perché soltanto in questo modo si può diventare immortali».

«Allora tu mi ricorderai?»

«Non solo. Scriverò di lei, se vorrà raccontarmi la sua storia».

«Facciamo così. Dato che non posso assicurati che io l’indomani faccia ancora parte di questo mondo, per ogni storia che mi leggerai io ti regalerò un pezzettino della mia».

«Mi sembra uno scambio equo. Ma l’avviso: tra queste potrebbe esserci anche la mia. Nessuno scrittore che si rispetti è così altruista da non concedersi il privilegio di prendere un po’ ispirazione da se stesso».

«E come farò a riconoscerla?»

«Non la riconoscerà. Ci sono cose che non si riconoscono, semplicemente si sanno e basta. Lo capirà fin da subito – che quella è la mia storia – glielo posso garantire». In quel preciso istante iniziarono a scendere dal cielo tante piccole goccioline. Sembrava quasi facessero a gara a chi arrivasse prima dell’altra. Il raggiungimento del traguardo della vincitrice fu prontamente accompagnato dai passi dell’infermiera di turno. Una ragazza che aveva poggiato da poco sul comodino la corona d’alloro e che avrebbe preferito trovarsi in qualsiasi altro posto in quel momento. Specialmente ala vista dell’inusuale coppia che si stava bellamente crogiolando sotto l’acquazzone, non preoccupandosi minimamente della pioggia. «Signora! Viola! Siete impazzite?»

«Io si. Precisamente sedici giorni, tredici ore, venticinque minuti e sette…ora otto, secondi fa». Viola si accinse a controllare l’orologio per verificare la correttezza della risposta. Poi raccolse la borsa-zaino che aveva nascosto sotto il divanetti di vimini e scomparve di corsa dentro l’edificio, senza preoccuparsi di schivare le pozzanghere d’acqua che nel frattempo si erano formate sull’erba.

De sterrennacht (1889), Van Gogh, olio su tela  – Museum Of Modern Art, New York

La Signora scoppiò in una sonora risata: «Quella ragazzina ha veramente qualche rotella fuori posto, però è straordinariamente intelligente. Non ho mai conosciuto qualcuno che avesse un’immaginazione tale ad una così precoce età. Inoltre è anche molto bella. Davvero mi chiedo cosa le possa essere passato per la testa. Quale vuoto così profondo sentisse nella sua esistenza da cercare di annullarla totalmente.» nel momento in cui pronunciava queste parole l’infermiera era di gran lunga più preoccupata per la salute dell’anziana del fatto di venire a conoscenza del vero motivo per cui Viola avesse tentato il suicidio. Così la prese in braccio e la portò – attingendo a tutte le forze cui sentiva di potere al momento – al coperto. Solo una volta che l’ebbe poggiata sul letto ed ebbe inspirato ed espirato profondamente un paio di volte, rispose:« E’ quello che ci chiediamo tutti da quando Viola è arrivata. Raramente ci capitano casi così giovani, eppure lei è qui. La cosa peggiore è che non parla con nessuno. La sua psichiatra sta dando di matto. Ogni sessione con lei le fa venire sempre più dubbi sul fatto che tutti i suoi anni di studio ed il pezzo di carta che tiene in bella vista sulla scrivania non siano serviti a nulla».

«Eppure con me ha parlato parecchio, fino a qualche momento fa». l’infermiera rimboccò le coperte alla Signora e le sorrise in quel modo in cui si sorride ai bambini quando chiedono se sarà Babbo Natale oppure i suoi aiutanti elfi a leggere le loro letterine.

«Certo che le ha parlato. Viola, come ha detto lei prima, è anche fin troppo intelligente. Sa benissimo che – a causa della sua malattia – lei non si ricorderà una parola di quello che le è stato detto oggi».

«Ma certo, parlare con qualcuno che non ricorda è come parlare con nessuno. Sono proprio una vecchia rimbecillita. Mi dica, è la prima volta che io e lei parliamo? Perché se non è così potrei andare a letto veramente amareggiata». In quel momento in viso della ragazza assunse un’espressione indecifrabile: le stava chiedendo di mettersi in una posizione scomoda. Rispondere ad un quesito che non aveva nulla a che fare con la mansione che diligentemente si sforzava di eseguire ogni giorno. Perché rispondere? Decise di ignorare con nonchalance la domanda appena postale.

«E giunta l’ora di riposare un po’, oggi ha sforzato fin troppo la sua mente. Cristina arriverà a portarle la cena come di consueto e poi stasera ci sarà la pesca di beneficenza giù nell’auditorium. Se vuole partecipare basta che avvisi, come al solito. Le auguro una buona serata, Signora. Ricordi che è ancora splendida e raggiante come una volta». La frazione di tempo che intercorse tra il braccio sulla fronte e la chiusura della porta fu talmente piccola che la Signora non se ne rese nemmeno conto.

Quella sera non cenò e non partecipo nemmeno alla pesca di beneficienza organizzata dalla villa. Invece pensò tanto a Viola, alla sua promessa, al campo di girasoli che aveva colorato le sue estati di adolescente. Cercò di imprimersi nella mente le parole che le aveva detto. I suoi occhi talmente grandi da poter abbracciare con lo sguardo l’anima di qualsiasi persona. Le dita così lunghe e sottili con cui teneva il misterioso raccoglitore. I capelli color cenere, corti e sbarazzini, che rendevano ancora più armonioso di quello che non fossero già i lineamenti del suo viso.

Inutile dire che non ci riuscì. Nella notte il suo cervello si mangiò tutto quello che era accaduto durante la giornata e la conversazione uscì bruscamente dalla sua testa. Viola corse via dai suoi ricordi così come era corsa via dal porticato della villa e non si era più fatta viva.

Aveva vinto lei, per questa volta.

Elisabetta Ciavarella

Elisabetta, per gli amici assolutamente non Betta. Divoro libri a colazione, manuali di Anatomia a pranzo, a cena invece preferisco il cibo vero. Quando non scrivo, penso, quando non penso, scrivo. Credo fermamente nell'esistenza degli universi paralleli, nell'auto-ironia, nei numeri primi, nell'utilizzo corretto della punteggiatura, nel potere della Forza, nel numero 42, nell'equazione di Dirac, negli ossimori e nella serendipità. Mi piace definirmi senza troppe definizioni.