Compito di italiano

0

Mentre stavo per scrivere su un argomento, gli occhi cadono sui compiti di italiano in un angolo della scrivania, in attesa di essere letti. Così, tornate in mente le ore in cui lo abbiamo svolto, come spesso fanno gli studenti, tralascio la traccia di diario che stavo seguendo per affrontare questa. C’è una certa attesa della prova scritta di italiano, che spaventa, ma non terrorizza come quella di matematica o di greco. Quando frequentavo il liceo, lo chiamavamo “tema”, non c’era l’attuale varietà di tipologie, nella migliore delle ipotesi le tracce erano tre. Il giorno prima scattava il “toto-tema” in classe: non si indovinava mai come accade ancora oggi per gli esami di stato nonostante le previsioni web. Si provava a chiedere al prof., qualora si intenerisse o gli sfuggisse un indizio, ma neanche la più brava della classe riusciva ad estorcere qualcosa. I miei ricordi da liceale sul compito di italiano finiscono qua; vorrei ma non riesco a ricordare nessuna traccia di quelle affrontate, neanche quella degli esami che normalmente tutti ricordano. Sicuramente, 18 anni fa, non pensavo che 6 anni dopo sarei stato io a preparare le fatidiche tracce e che, da quel momento, non avrei smesso di leggere le produzioni dei miei alunni! Passano le classi, ma i volti e gli atteggiamenti degli studenti in occasione del compito si mantengono nel tempo. C’è chi, subito e senza aver letto le consegne, dice: «Prof., ma sono difficili!». C’è chi ha l’aria di aver deciso quale svolgere l’anno prima, ma soprattutto quale non fare, quasi fosse una scelta di vita: «Io non farò mai l’analisi del testo!». Non manca chi esulta sotto il banco come a dire «questa la so» o chi con aria sconfitta afferma «sapevo che sarebbe stata questa, che sfiga!». Mentre tutto questo accade, e il conto alla rovescia è già iniziato, almeno uno studente è arrivato a metà della prima colonna; almeno un altro, mentre scrive, sorride soddisfatto di quanto prodotto o della parola giusta trovata. Così le ore di “lotta” contro il foglio bianco (che poi è sempre a righe!), scorrono in uno strano silenzio che ha il gusto della cultura, interrotte da un dizionario che cade, dal rumore dei fogli, dall’inesorabile campana e ogni tanto da qualche cellulare lasciato acceso. Osservando la classe, si ha di fronte uno “spettacolo straordinario” se si guarda un po’ oltre: mente e cuore a lavoro, intelligenza e passione a confronto, studio e genio all’azione. E poi c’è la vita scritta in quelle pagine a seconda della traccia, e da prof. hai tra le mani tanto della persona più che dello studente: la loro storia, le gioie, i dolori, il vissuto attuale, i sogni, le speranze, la passione per le cose, lo sguardo critico, il desiderio e la stanchezza dello studio, persino un potenziale letterato. Una volta una studentessa mi ha chiesto: «Lei non pensa che un giorno qualcuno di noi potrà essere un grande scrittore?». Ho risposto: «Non solo lo penso già ora, lo spero pure, anzi ci credo proprio, magari sei tu».

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.