Con le cure palliative l’eutanasia non sfonda

0

Sì a una medicina che guardi all’umano. No a qualsiasi forma di eutanasia. Perché una richiesta di questo genere è una sconfitta sia per le persone che per la medicina». Una deriva verso l’antimedicina. A sottolinearlo è Marco Pierotti, direttore scientifico dell’Istituto nazionale dei tumori.

Pierotti, molti sono i successi dell’oncologia in questi ultimi anni, ma ci sono ancora tante persone che non ce la fanno a guarire: che cosa vi chiedono?
I malati terminali non chiedono l’eutanasia se sono adeguatamente accompagnati verso la fine della vita con terapie del dolore e sostegno psicologico, sociale e spirituale. Nel nostro Istituto c’è una continua ricerca sul miglioramento delle cure palliative, della terapia del dolore e delle modalità di gestione dell’hospice. E il progresso in questi tre momenti di accompagnamento ha portato praticamente a un azzeramento delle richieste di eutanasia da parte dei pazienti terminali.

È solo una percezione la vostra o ci sono dati che documentano questa affermazione?
Il crollo della domanda di ‘dolce morte’ è documentato da uno studio che è andato avanti per più di 20 anni. Eppoi si registrano casi di persone che hanno cambiato idea proprio grazie alle cure palliative. Sono numerosissimi.

Che cosa significa avere un approccio umano ai malati?
Significa essere rigorosi e seri dal punto di vista scientifico per poter dare ai malati la migliore cura possibile. Trattare i malati umanamente non significa applicare del facile umanitarismo. Si può credere o no, ma di certo si deve convenire che l’uomo è fatto di geni, ma anche di qualcos’altro.

Nel vostro Istituto c’è una lunga tradizione di assistenza spirituale ai malati. Come si concilia con questo discorso?
L’assistenza spirituale, un’opportunità per tutti, credenti e non credenti, è un modo importante per stare accanto ai malati. È vero per tutte le situazioni di cura, è fondamentale per l’approccio palliativo che lo ha posto come uno dei suoi principi cardine.

In che modo applicate in tutto l’Istituto dei tumori questo approccio umano alla persona?
Un altro esempio importante credo che sia quello della riabilitazione oncologica. Solo pochi giorni fa abbiamo presentato il primo Libro bianco fatto in Italia su questo tema e il ministro del welfare Maurizio Sacconi ci ha promesso che presto la riabilitazione verrà inserita nei livelli essenziali di assistenza (lea). Nel 2010 le stime prevedono infatti che 2 milioni di persone avranno avuto a che fare o ne staranno avendo in quel momento con la malattia oncologica. C’è quindi bisogno di lavorare molto in questo ambito.

Un discorso che coinvolge soltanto i medici?
Certamente no, un ruolo molto importante anche nella storia dell’Istituto dei tumori lo hanno avuto e lo hanno tuttora i volontari, che svolgono una fortissima attività di supporto al lavoro clinico assistenziale. Qui operano ogni anno 400 volontari della sezione lombarda della Lilt, la Lega italiana per la lotta contro i tumori, ma anche la Fondazione Floriani, Attive come prima e Salute donna. Qui si fanno progetti di formazione, incontri, si producono opuscoli di conoscenza delle malattie per avvicinare il lavoro dei medici alla comprensione delle persone comuni. Anche questo vuol dire fare umanizzazione.

Questo discorso dell’umanizzazione colpisce molto, soprattutto alla luce di vicende come quella di Eluana Englaro. Qual è la sua posizione personale sulla vicenda?
Vorrei ribadire un fermo no all’eutanasia e far riflettere sul fatto che, una volta staccatole il sondino che la nutre e alimenta, morirebbe per questa causa e non per gli effetti naturali della sua malattia. Credo che molti stiano riflettendo in questi giorni proprio su questo.

L’articolo è stato pubblicato su Avvenire lo scorso 30 novembre

 

Cogitoetvolo