Con sincerità, Arisa

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I giornalisti presenti all’ultimo Festival di Sanremo l’hanno definita, a turno, simpaticamente Calimero, Ugly Betty e anche “brutto anatroccolo” per il suo modo, un po’ imbarazzato, di stare in scena, e il suo look: grandi occhiali neri e abiti in stile anni ’20 rivisitati in chiave moderna. Arisa, insomma, non è la solita bellona mozzafiato con vestitini ridotti al minimo sindacale o l’esordiente in stile Amici tutta ugola e dall’atteggiamento spocchioso.

Un modo di presentarsi che non è passato inosservato, originale ma naturale, che tuttavia non avrebbe avuto tanto peso senza una buona canzone. E Arisa quella buona canzone l’aveva: Sincerità, con cui ha sbaragliato la concorrenza vincendo la categoria “Proposte” lanciandosi verso l’alto nelle classifiche.

Proprio lei, che sembrava arrivata per caso sul palco del teatro Ariston, è stata la vera rivelazione del Festival. Un traguardo raggiunto dopo anni di sacrifici, passati coltivando la passione per le sette note, nata quando era una bambina e sviluppata allenandosi sui brani di Mariah Carey e Celine Dion. Tanti concorsi, provini, esibizioni e tentativi andati male, poi la chance di Sanremo.

Il “brutto anatroccolo” si è così trasformato in cigno e ora ha preso il volo, come dimostra anche nell’album Sincerità. Un debutto “cucinato” con il gradevole ingrediente del pop che si mischia con generi diversi, dal reggae alla bossanova passando per l’electro.

Mondo Erre ha incontrato Arisa dopo l’exploit di Sanremo. Cordiale e semplice, sembra una bambolina di ceramica, ancora un po’ frastornata per il turbine di popolarità che l’ha travolta dopo la sua affermazione.

Ti sei abituata alla centrifuga della notorietà?
Non ancora del tutto. Le interviste sono infinite, devo fare attenzione a ciò che dico e non ho un attimo di respiro. Sarebbe però ingiusto lamentarsi: era quello che volevo, o meglio, volevo raggiungere un obiettivo importante per poi poter fare quello per cui ho tanto lavorato: cantare.

Hai incominciato presto a frequentare le sette note. Quanto è stato difficile trovare uno spiraglio nello spettacolo?
Le difficoltà sono state tante. Ho iniziato a cantare da bambina per gioco, poi crescendo ho imparato a usare la voce da autodidatta. Mi sono quindi buttata in vari concorsi, con risultati alterni, tanto che negli anni passati avevo persino meditato di smettere.

Cosa ti ha fatto ritornare sui tuoi passi?
Ogni volta che decidevo di chiudere con il canto, poco dopo la musica tornava a riprendermi, magari offrendomi la possibilità di fare un provino oppure di suonare in un locale. E allora ricominciavo, forse perché sotto sotto “sentivo” che doveva accadere qualcosa di importante. D’altra parte, niente come la musica mi fa stare bene: quando canto sono felice, sono un’altra persona.

E che tipo di persona sei?
Nella vita sono un po’ insicura, mentre quando canto quell’insicurezza scompare, e non perché penso di piacere, ma perché credo in quel che dico. La sincerità è un valore fondamentale per me: in qualsiasi rapporto non puoi nasconderti all’altra persona altrimenti il rapporto stesso non ha ragione di esistere.

Una sincerità che si allarga a tutti i brani?
Credo in tutto quello che canto e nel senso di ciò che canto. Anche quando racconto storie che non mi appartengono, come in Abbi cura di te, dove una donna tradita ritrova la stima in se stessa, la forza per assorbire la delusione e ricominciare.

C’è aria di grande positività nei tuoi pezzi, in un momento di crisi generale. Da dove nasce questo atteggiamento?
So bene che viviamo nell’incertezza del futuro, eppure per i nostri genitori, in passato, è stato assolutamente normale affrontare problemi altrettanto gravi per costruire una famiglia. Le difficoltà arrivano per tutti, non si possono evitare, e io mi sono sempre rimboccata la maniche per superarle. Occorre, allora, recuperare valori semplici e capire che la vita è un dono che va vissuto. Se tutti facessero sempre un po’ i conti con la propria coscienza, le cose andrebbero di certo meglio. E quando mi lamento, penso a chi sta male per davvero senza esserselo scelto.

Uno dei brani del disco, Pensa così, è dedicato a chi non si piace, a chi è troppo timido. Anche tu ti sei sentita così in passato?
Non possiamo essere tutti belli e carismatici, né credere ai modelli che ci vogliono imporre la tv, i giornali, il cinema. Ognuno, dico nella canzone, ha qualcosa dentro di sé di prezioso e va trovato. Anch’io mi sono sentita un po’ esclusa dagli altri e per essere accettata ho seguito per un certo periodo il mucchio. Parlare di cose diverse dalle solite con le mie coetanee è stato un problema, così come voler stare con la mia famiglia mentre le altre volevano l’indipendenza. Ma quando ho trovato dentro di me ciò che cercavo, non ho più avuto bisogno di seguire nessuno.

Hai un look particolare. Non hai avuto timore che alla gente piacesse di più il “personaggio” che l’artista?
No, perché credo che Sincerità e il mio album parlino da soli. E non mi sento un personaggio semplicemente perché sono così nella vita: mi copro con gli abiti e porto gli occhiali, mentre potrei mettere le lenti a contatto.

Oltre a cantare, dipingi. Riesci a esprimerti meglio davanti a un quadro o a un microfono?
Sono due modi diversi di incanalare le mie emozioni in modo positivo. D’altra parte, cerco sempre di creare qualcosa perché sono una che non riesce mai a stare ferma.

Articolo tratto da Mondo Erre, a cura di Claudio Facchetti

 

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