Contro la rassegnazione: abbiamo già vinto

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Il male nel cuore dell’Europa: quale senso ha la violenza ingiustificata? Siamo davvero inermi e indifesi, sconfitti?

Ho pensato a lungo a come scrivere questo articolo. Non è facile commentare a caldo, mentre l’agitazione, la tensione e l’emotività ancora pulsano nelle vene. Mentre la polvere e il sangue non sono ancora stati lavati via dai corpi di quei 230 feriti. Mentre ancora giacciono, coperti da un umile velo, quei 34 martiri inconsapevoli. Troppo facile cadere nella morsa della paura, nella retorica dell’«Europa sotto attacco», nel desiderio di vendetta. Troppo facile affidarsi ad un hashtag. Le notizie rimbalzano da un giornale all’altro, sempre più sensazionali, sempre più tristi: “Il simbolo della Ue deserto”, “Attacco nel metrò: il pianto dei bambini”, “Europa paralizzata”, “Minaccia globale”. I video dell’inferno di Bruxelles impazzano nella rete. È già partita la morbosa e virale caccia ai colpevoli. La verità è che oltre alle tre esplosioni di ieri mattina, due nell’aeroporto di Zaventem e una nella metro di Maelbeek, non c’è nulla da dire. Cosa si può dire di fronte alla violenza ingiustificata? Cosa si può dire di fronte a vite innocenti spezzate per niente? La ragione umana si rifiuta di comprendere: odio gratuito, quale lo scopo? Quali le finalità? Ci ostiniamo a cercare un perché, aspettiamo che l’Isis rivendichi l’ennesimo attacco all’Occidente, immaginiamo una vendetta per l’arresto di Salah Abdeslam. Desideriamo ardentemente un obiettivo contro cui rivolgere ogni accusa, un colpevole, ma soprattutto una spiegazione, seppur illogica, che ci rassicuri. Quello che ci paralizza è il non sapere, il non riuscire a comprendere: perché questa violenza? Non sappiamo dove rivolgere la nostra paura, non sappiamo chi temere, quando e perché. Brancoliamo nel buio, inermi, di fronte ad un nemico che non conosciamo, che appare solo per lasciarsi morire e portare con sé centinaia di vite. Possiamo ricostruire l’attentato nei minimi dettagli, interrogare i sopravvissuti, magari persino catturare l’artefice, la mente pianificatrice, ma non servirà a nulla: il male ritornerà, presto o tardi, che ci piaccia o no. E noi non lo sapremo. Sarà tutto inutile, anche il sacrificio di quelle 34 persone, fintanto che rimarrà irrisolta l’unica domanda che ora conta veramente: perché? Giornate come questa lasciano l’amaro in bocca, ci fanno sentire impotenti, inutili. Giornate come questa vanno contro ogni logica: come può il male vincere sempre?

Commentando la strage di Parigi del 13 novembre, io stesso avevo descritto la lotta silenziosa di tanti uomini che, aprendo le porte delle loro case, hanno salvato migliaia di persone abbandonate nelle strade. Avevo descritto la vittoria dell’amore disinteressato, dell’impulso a salvare vite, a donare la propria se necessario. Avevo esortato voi lettori a parlare non del terrore, delle carneficine e delle stragi, ma dell’amore che sempre ha la meglio sul male. Ma ora le parole sembrano morire ancor prima che io possa batterle sulla tastiera. Come affrontare un male che non esiste? Ciò che più colpisce nella giornata di oggi sono le lacrime dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, Federica Mogherini, mentre si trovava in viaggio diplomatico ad Amman, in Giordania. Lacrime prive di orgoglio, umili e irrefrenabili. Un pianto di amarezza e impotenza. Così oggi è l’Europa, così sono i giovani miei coetanei: abbiamo lottato per la giustizia e, seppur con le nostre contraddizioni, abbiamo perdonato, non abbiamo mai permesso all’odio di prendere il sopravvento, che altro ci rimane da fare? Ovunque, nei volti della gente, tra le righe degli articoli d’opinione, nella voce dei reporter, ovunque appare una velata rassegnazione. Questo giorno giunge al termine senza nessuna nota positiva: non abbiamo perso la nostra battaglia, non siamo nemmeno potuti scendere in campo.

Ma l’animo umano non è fatto per arrendersi. Specialmente quello dei giovani. C’è ancora speranza? A mio parere sì. C’è speranza in quanto abbiamo fatto finora: la pace che si sta raggiungendo in Siria, lo sforzo nell’accoglienza, la difesa dei diritti umani. Dopo la strage di Parigi siamo rimasti europei, siamo rimasti uomini. E in pochi oggi hanno avuto il coraggio di parlare di vendetta, seminando l’odio. Questa è la nostra vittoria, abbiamo dato l’esempio. L’attacco a Bruxelles ci ha trovati più forti: la nostra identità non è in dubbio. Ci saranno altri attentati, il male continuerà, almeno finché non avverrà un forte cambiamento nel mondo islamico. Ma noi non ci siamo tirati indietro, il dibattito non ha mai ceduto alla logica della guerra e della strumentalizzazione. Siamo più saldi nelle nostre radici. Siamo pronti a “porgere l’altra guancia”, a sacrificarci per la giustizia, a divenire martiri della libertà. Perchè crediamo nel futuro, crediamo nel bene. Questo significa essere europei. Seppur feriti, abbiamo già vinto il male, con i nostri valori: libertà, solidarietà e uguaglianza. E amore. Ripartiamo dai messaggi di speranza che hanno colorato la Piazza della Borsa. Ricominciamo dal piccolo di Idomeni, campo profughi al confine con la Macedonia, e dalla sua responsabilità: “Sorry for Brussels”.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.