Controvento

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Collaborazioni straordinarie: per le pagine di Cogito, un prestito da “La Luna in Bianco e Nero”, progetto artistico-letterario che vi presentiamo in esclusiva

“The two faces of the moon, black and white,
are, for us, writing and drawing:
ink on a page.”

“I due volti della luna, bianco e nero,
sono, per noi, la scrittura ed il disegno:
china su un foglio.”

“La luna in bianco e nero” nasce come un ideale, come una visione del mondo.
Nasce da due giovani ragazze appassionate rispettivamente di arti visive e di scrittura, che considerano le loro espressioni come un tutt’uno.
Non sono separate, sono soltanto due facce della stessa luna.
Due entità che appaiono quasi diverse e staccate, ma che condividono la stessa essenza.
Bianca, chiara, raggiungibile, la scrittura.
Nera, misteriosa, affascinante, l’arte.
Racconti che vengono completati da illustrazioni, disegni che ispirano liberi flussi di parole, suggestioni letterarie che durano l’istante impresso in una fotografia.
“La luna in bianco e nero” vuole essere un’espressione e un sentimento a tutto tondo, dove mente e cuore possono percepire le parole che riecheggiano e i tratti, i colori che si riflettono in essi.

Cambiò tutto, all’improvviso.
Il Padre Eterno mi parlò:
ero uno dei suoi angeli.

Fino a quel momento non avevo mai pensato a cosa stessi facendo della mia vita.
Il tempo scorreva lento, con i giorni che si confondevano tra loro.
Andavo a scuola, studiavo lingue.
Uscivo, per lo più con gli amici.
Ascoltavo musica, a tutto volume.
Era tutto una grandissima sufficienza: nulla andava e nulla non andava.

Non avevo mai fatto niente di particolarmente buono, né avevo fatto qualcosa di particolarmente cattivo.
La mia vita non aveva mai avuto valore, o non ne aveva mai avuto più di molte altre vite.

Chiesi perché aveva scelto me.
Mi disse che non aveva scelto lui, che ero semplicemente io.

Ero sempre stato io?
Mi veniva da ridere, ma suonava in me come un verso isterico.
Con che coraggio si arriva nella vita di qualcuno, di punto in bianco, con notizie sconvolgenti che però si conoscono da sempre?
Cosa avrei dovuto fare? Comportarmi bene? Iniziare a fare carità? Andare a messa?
Non diciamoci stronzate, vi prego.
Per una vita ero stato insignificante e non sarei di certo arrivato ad essere qualcuno dopo una rivelazione.
E qualcuno chi? Qualche schifoso bastardo che agisce bene solo perché la mamma sennò si arrabbia?
Datemi il senso di agire bene per qualcun altro, quando il senso stesso delle azioni sta nella loro spontaneità.
Oh, no, non c’è un senso.
Santo Padre, hai scelto la creatura sbagliata.

Non potevo accettarlo: io sono il padrone della mia vita.
Nessuno poteva arrivare così, dal nulla, solo per dirmi chi sono o chi devo essere: io so chi sono, io so chi devo essere.
Cosa diceva non mi importava: non sarei stato ciò che voleva.

Decisi di ribellarmi.
Come prima mossa scappai di casa, lasciando scritto ai miei genitori che sarei tornato e che non dovevano avvisare la polizia.
Non portai via nulla con me.
Rubai ogni cosa che poteva servirmi.
Notte dopo notte mi spostavo, mangiavo e sopravvivevo.

Dio non avrebbe avuto nulla da me.
Entrai in una chiesa, pisciai nell’acqua santa.
Insultai suore, preti, volontari.
Rovinai le statue delle loro icone.
Scappavo continuamente ma in un modo o nell’altro nessuno riuscì mai ad arrestarmi.
Ad avere senso dell’umorismo, direi che forse avevo un angelo custode.

La mia corsa finì, esattamente, 49 giorni dopo.
Iniziai a stare male: mi dolevano le spalle, le braccia, la schiena. Le gambe tremavano.
Temetti di essermi ammalato e solo dopo alcuni giorni, nascosto dietro alla palestra di una scuola media, capii che mi stavano crescendo le ali.

Provvidi a ciò con mani deboli, immensa sofferenza e piume sotto i piedi.
Fu il dolore più grande della mia vita. Il sangue era ovunque, ma mai avrei lasciato che fosse il Divino a dettare la mia storia.
Non avevo intenzione di accettare il destino che mi poteva attendere se non mi fossi ribellato alla mia natura.

Mi chiedevo se davvero sarei riuscito a fuggire o ciò che sono mi avrebbe bloccato per sempre.
Cosa significava ormai, essere me stesso?
Stavo scegliendo chi essere?
Perché davvero mai, prima di quel momento, mi ero sentito vivo.
Così vivo da aver trovato il senso della mia vita.
La Libertà pura, dolce, sofferta e desiderata, solo nel momento in cui mi veniva negata.
La bontà è figlia del maligno se risulta un’imposizione più che una sincera vocazione.
La libertà di scelta, è figlia del benigno, indipendentemente dalla qualità delle scelte.

Scelte sbagliate, scelte giuste? Che importa e chi decide? Lo stesso Divino che ti comanda cosa fare?
Il bene è obbedire?
Ma se il bene è obbedire, che senso ha l’intelletto?
Sembra quasi che l’unico modo per sbagliare, in fondo, sia pensare.
Siamo così imperfetti?
E allora addio, vivrò nell’imperfezione.
Pur di non eseguire, cadere.
Pur di non eseguire, sbagliare.
Pur di non eseguire, amare.
Amare me stesso, amare ciò che decido di essere, le mie scelte.
Sarò quel che voglio, non quello che vuole

Periodicamente si ritrovava a divellere le proprie ali.
Dentro moriva, pian piano, in una folle disperazione nel tentativo di fuggire.

Senza Ali

Piangevo, soffrivo.
Ero arrivato al punto di chiedermi se davvero tutto quello che stavo facendo aveva un senso.

Fu allora che lei arrivò.
Brutta, la tipica ragazza che non si fila nessuno.
Era il genere di persona che si intromette nei discorsi che stai facendo, quando nessuno l’ha interpellata, mai calcolata.
Era la secchiona con la maglietta inguardabile, quella nera con il collo alto, coperta da maglioncini gialli o verdi, che ha gli occhiali spessi e le scarpe con i fiori.

Venne a farmi la predica, venne a dirmi che io, come lei, avevo un dono, avevo un senso: Dio mi aveva cambiato la vita, era innegabile.
Mi disse che nel mio comportamento maligno non avevo rinnegato la mia natura ma le avevo dato peso, anche se non l’avevo fatto nel modo più appropriato.

La guardai negli occhi.
Non fu amore.
Fu una rivelazione.
La ringraziai, augurandole una buona dose di peccato carnale.
La stizzii, a quanto pare, perché (cito testualmente) mi rispose:
“Sei stupido come le stelle del mattino, che non sanno riconoscere il cielo a cui appartengono!”
Penso dovesse essere un insulto colto e mi stupii di cotanta filosofia.

Nella mia stupidità non persi tempo a tradurre le sue parole, ma scelsi il mio cielo e ripresi ad andare scuola.
Purtroppo persi l’anno, sapete com’è… troppe assenze.
Ma va tutto bene. Mi godrò l’estate, il caldo soffocante, le zanzare, le uscite al fiume.
Le ali crescono se non le ignori.

Fu così che io, nullità, scelsi di restare fedele a me stesso e ripresi la mia Libertà.

Autrice del contributo: Martina Sera
Progetto grafico di Antonia di Bello

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