Copiare a scuola? Un’arte da…galera

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Copiare richiede una tecnica raffinata ma implica sempre dei rischi elevati, a volte addirittura impensabili.

Come dare il massimo risultato con il minimo sforzo? Semplice: copiando. Copiare humanum est, ricorda uno slogan dove il copiare è concepito come uno slancio umano, quindi naturale. Anche la rete omaggia questa antica arte come una tentazione a cui è difficile resistere, la scorciatoia per chi non ha voglia di pensare, di impegnarsi, di realizzare. Buttare l’occhio sul compito del compagno, prendere quel foglietto su cui avevi appuntato con cura amanuense tutte le formule, sbirciare sul quaderno o sul libro appena il prof si distrae e sembra non guardarti, trovare, tra le tracce svolte scaricate da internet, proprio quella che fa al caso tuo. Si arriva, addirittura, al braccio finto da tenere appoggiato al banco mentre quello reale scorre le schermate del cellulare. Questi sono solo alcuni dei tanti metodi escogitati dai ragazzi, stratagemmi in crescita e mai banali, ovvi da noi impensabili altrove.

Come si evince da un recente articolo apparso su Famiglia Cristiana, «negli Stati Uniti copiare è assolutamente impensabile, con buona pace degli insegnanti che possono uscire ed entrare in classe durante i compiti in classe evitando di aggirarsi tra i banchi come fanno i colleghi italiani nelle vesti di gendarmi inflessibili». In questo caso sono proprio i ragazzi a non richiedere suggerimenti e neanche a concederli (a tal proposito è interessante notare che gli americani, in riferimento all’atto del “copiare”, utilizzano la parola “cheating”, imbrogliare). Un gesto, dunque, fortemente riprovevole, anche perché in quel Paese i risultati e le graduatorie possono compromettere l’ingresso in una scuola o l’ottenimento di una borsa di studio.

D’altro canto in Cina, dove evidentemente non basta contare sulla buona volontà dei singoli di non sgarrare, ci sarà presto una legge che punirà addirittura col carcere chi copia nelle prove per accedere all’università, soprattutto perché in alcuni casi gli studenti hanno mandato dei sosia preparatissimi a sostituirli. Le pene severe fino a 7 anni di detenzione, fra l’altro, sarebbero previste anche per i genitori che sono complici dei diversi sistemi per truccare gli esami.

E in Italia che aria tira? «In Italia i professori si regolano secondo le proprie idee e gli indirizzi educativi», ognuno, in effetti, adotta una sistema di controllo diverso, con una fantasia pari a quella degli studenti. «In un liceo milanese, proprio di recente, ai ragazzi che avevano escogitato il modo di fotografare col telefonino la prova d’istituto per mandarla alle classi che avrebbero dovuto risolverla più tardi, è stata “inferta” la pena di un voto in meno in condotta, che, come si sa, negli ultimi tre anni, contribuisce alla media per i crediti da presentare all’esame di maturità».

Tralasciando per un attimo la punizione conseguenza dell’atto del copiare, la domanda che rivolgo a voi ragazzi è: secondo voi, perché si copia? Per aiutarvi a cogitare riporto, in conclusione al mio articolo, il pensiero di uno studente di un liceo scientifico. «Copiare significa semplicemente rinunciare; rinunciare a fare, rinunciare a priori, a prescindere dalle nostre capacità. Certamente agevola il lavoro dello studente, ma contestualmente lo danneggia, nuoce all’apprendimento, impedisce l’evoluzione naturale della mente, frena l’immaginazione e depaupera le idee. Inevitabile conseguenza di tutto ciò è l’appiattimento delle conoscenze e la divulgazione di incompetenza e ignoranza con grande danno per la collettività».

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici.
“Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori!
Buona lettura!!!

  • Michele Fatta

    Copiare a scuola. Mi ricorda la barzelletta dell’ebreo che, per risparmiare, faceva fare la pipì a tutti i suoi familiari nello stesso recipiente, ne estraeva una provetta di liquido organico e, pagando un solo ticket per le analisi cliniche, comunicava a moglie e figli: “Stiamo tutti bene!”.
    Fuori della metafora certe prove “cooperative” sono come le analisi del signore di sopra. Copiare è prendere in giro se stessi, anche per colpa di un professore che ha (e che trasmette) come fine il programma e i voti. E specularmente quando gli alunni vedono la scuola come un luogo dove conseguire un titolo (il famoso pezzo di carta), con la votazione più alta possibile, ma non pensano alle competenze, alla crescita culturale e sopratutto non vedono nei “maestri” quegli alleati che li potrebbero aiutare a crescere. Magister infatti significherebbe magis-ter: colui che ti fa diventare più grande, interiormente. Quindi questa pratica, ben descritta nell’articolo di Domenico Cassese, denota un malessere che andrebbe approfondito, una diagnosi del clima scolastico (alunni, professori, e genitori), e terapie adeguate.