Cosa c’è per domani?

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La campanella scandisce il tempo scolastico. Ogni minuto è vissuto in funzione di quel trillo assordante che può essere tanto atteso quanto temuto. E anche quando si ode l’ultimo trillo della giornata il sollievo è di breve durata e una domanda aleggia già nell’aria: cosa c’è per domani?
Per gli studenti il pomeriggio di oggi è già un domani, un futuro che non va sprecato perché altrimenti quando la si recupera quell’insufficienza? Quando si torna a casa con un bel voto da esibire di fronte a genitori e parenti?

Il voto. Forse il problema di fondo è proprio questo. Il voto crea differenze, mostra come un individuo vada meglio in una materia piuttosto che in un’altra e a volte demoralizza. Spesso noi studenti viviamo in funzione del voto e lo consideriamo un obiettivo da raggiungere. Certo, il voto è un monito, serve a far capire allo studente quanto il suo studio ha fruttato e se ha saputo mettere in pratica le conoscenze acquisite in modo corretto. Però la prima cosa che si guarda in una verifica appena corretta è il voto, quel numero scritto in rosso e a volte talmente in grande che non notarlo diventa difficile. Le correzioni invece non si guardano o comunque rimangono meno impresse di quella cifra. Si tende a guardare l’insieme piuttosto che il singolo errore. Il compito viene poi chiuso e appoggiato sull’angolo del banco più lontano rispetto a dove si trova lo studente, che fa di tutto per non guardarlo. Invece dovrebbe prenderlo in mano, guardare ciò che ha scritto e capire. E se la correzione non è chiara, chiedere perché è questo l’unico modo per ottenere e perché nessuno potrà mai impedire a un ragazzo di alzare la mano e domandare. I nostri più grandi ostacoli siamo noi stessi. A volte abbiamo paura di chiedere perché pensiamo di stare per fare una domanda stupida e non vogliamo fare brutta figura e non ci rendiamo conto che ci stiamo ponendo dei limiti. Le nostre domande rimangono senza risposta e anche se dopo un po’ vengono dimenticate, lasciano un vuoto che non abbiamo avuto il coraggio o la voglia di riempire. Che cosa ci fa veramente paura? La possibilità di una brutta figura o l’ammettere di avere delle mancanze, di poter sbagliare?

Non ce la faccio. È anche vero che ci sono persone che ce la mettono tutta, studiano fino all’inverosimile e poi vedono sbattersi in faccia un’insufficienza. Oppure vengono assaliti da crisi di panico e non riescono a combinare più niente. Certo, questi sono aspetti caratteriali che probabilmente non possono essere eliminati in modo definitivo. Ma possono, a mio parere, essere attenuati e migliorati se si dimentica per un momento la valutazione e ci si concentra su quello che si sta facendo, avendo come unico obiettivo il “fare del proprio meglio”. La valutazione va poi presa come un giudizio sull’operato, non sulla persona. Un mio professore un giorno mi ha detto: tu non sei mai il voto che hai. È verissimo. Eppure quante volte ce lo dimentichiamo?

Non valgo nulla. L’ennesima insufficienza sul libretto, una caterva di materie da recuperare. Pressioni su ogni fronte, persino a casa dove invece dovrebbero sostenerti. E poi quel pensiero malefico che si insinua come un serpente nei meandri più nascosti della mente: non valgo nulla perché non vado bene in niente. Sbagliato. Ognuno di noi è come una roccia di una miniera d’oro. Ciascuna roccia contiene almeno una pepita di oro puro, preziosa come il più grande dei tesori: un talento. Ma spesso queste pagliuzze sono nascoste così a fondo nella roccia che cercarle diventa un’impresa ardua. E l’estrazione è ancora più complicata se si pensa a come queste siano imprigionate nella roccia stessa. Una volta scoperte bisogna lavorare: lavorare per estrarle e levigarle, per trasformarle in un qualcosa di ancora più prezioso e bello, di quella bellezza che solo il tempo e l’esperienza possono conferire.

Non c’è tempo. Socrate diceva che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. La ricerca dei nostri talenti, delle nostre piccole pepite d’oro parte da noi. Ma una ricerca, per essere tale, ha bisogno di tempo e soprattutto di spazio. La scuola oggigiorno non riesce più a offrirci nessuno dei due. Prenditi il tempo per giocare, è il segreto dell’eterna giovinezza. E come si fa a giocare? Prima il dovere e poi il piacere, ricorda un famoso proverbio, e il nostro dovere si espande talmente tanto da inglobare il piacere. Ma se non si cerca la bellezza nello studio, se non si prova a mettere del gioco in tutto ciò che ci tocca a fare, la nostra barca si andrà a schiantare. Anzi no, le accadrà qualcosa di peggio: si troverà a dover navigare per mari piatti e non un filo di vento accorrerà a gonfiare le vele, cadute ormai in disuso.
E che dire dei nostri spazi? Non abbiamo più neanche quelli. Che cosa può fare uno studente, sempre in ambito scolastico, per esprimersi? In che modo possiamo mostrare al mondo i nostri talenti, accogliendo critiche e lodi che possano aiutarci a levigare la nostra pepita d’oro? Quello che manca è un vero dialogo. Trascorriamo la metà delle nostre giornate chiusi in una stanza con persone che spesso rimangono sconosciute. Le vediamo tutti i giorni e magari non sappiamo che una disegna benissimo e un’altra nel tempo libero scrive poesie. E i nostri docenti, che dovrebbero essere le nostre guide, dei modelli da cui imparare, sono solo figure. Apprendiamo solo ciò che il programma ci dice di apprendere e intanto fra noi si crea una fitta rete di pensieri, parole mai dette, possibilità di instaurare un vero rapporto che sono svanite come fumo. Da entrambe le parti si aspetta una reazione dell’altro e la situazione non si sblocca anzi, si fa sempre peggiore. Perdiamo fiducia, in noi stessi e negli altri, non siamo più capaci di sorprenderci di nulla.

Io non voglio diventare un’adulta disillusa. Da grande voglio essere come una bambina che sa ancora stupirsi nel guardare l’arcobaleno e sa dipingere il mondo con i suoi colori e non con le sfumature grigie della noia e della sfiducia.

 

Federica La Terza

Una fonte inesauribile di idee che sprizzano fuori dalla mia testolina in una cascata di ricci. Ho tre grandi passioni di cui sono certa non riuscirò mai a fare a meno: la lettura, il karate e la pittura. Sono estremamente curiosa e assetata di conoscenza come una bimba nei suoi primi anni di vita. E come i bimbi ho un caratterino mica da ridere…