Cosa chiediamo all’anno nuovo?

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Ultimi giorni dell’anno. Le feste natalizie ormai volte al termine: un fugace ricordo di luci soffuse, di vaporosi canti che svaniscono. Ma c’è ancora un traguardo da agguantare, un’altra meta da raggiungere prima che tutto torni a svolgersi come prima: la fine dell’anno, quell’evento topico sempre carico di grandi aspettative, ritenuto capace di imprimere una svolta decisiva all’esistenza.

Le case, le strade, la televisione, la radio brulicano di frasi del tipo “Anno nuovo, vita nuova!” oppure “Col nuovo anno…”. E si spera che tutto, magicamente, in virtù di una non ben chiara e definita forza esterna, possa iniziare a girare in maniera differente, e ovviamente migliore. Per molti, forse involontariamente, è sufficiente questo: sperare che tutto cambi, veder evaporare le afflizioni e gli affanni della vita quotidiana, sciogliersi tutti quei nodi insoluti che da tempo ci si porta dietro. E quale tempo migliore per questa aspettativa, se non la fine dell’anno? Una cesura così netta e definitiva col passato, un brusco voltar pagina senza soluzioni di continuità.

E si aspetta la mezzanotte, speranzosi, ognuno col proprio fagotto di desideri, di illusioni, forse irrealizzabili, ma che in quel momento si denudano parzialmente di quel velo di impossibilità da cui sono solitamente coperti. Tre, due, uno… buon anno! L’euforia è alle stelle, ma non sappiamo il motivo. Il mondo, la natura, infatti è insensibile ai capodanni, non percepisce il cambiamento che , in fin dei conti, rimane un’invenzione semplicemente umana, convenzionalmente definita: sono solo gli uomini a sentire questo mutamento, nel loro intimo.

Il capodanno è finito, e il secondo giorno dell’anno non riluce più come il precedente: è già vecchio, passato, ordinario e introduce alla triste slavina verso la fine delle festività. Eppure tutto è rimasto come prima, senza che le circostanze esterne siano state intaccate. Un’espressione delusa si dipinge sul nostro volto, come a seguito di un’ingiustizia subita.

E ci si rende conto che il cambiamento che tanto aspettiamo deve avvenire prima di tutto dentro di noi, non può scaturire da altra fonte: solo noi possiamo cambiare la nostra esistenza; se non cambiamo la vita, essa non si cambierà mai da sola. Forse proprio questo il motivo per cui l’uomo ha deciso di segnare questi confini temporali: per poter fare ogni anno un bilancio della vita passata, tracciare una linea e ricominciare, con più vigore di prima. Abbiamo bisogno di questi momenti, ci servono, perché viviamo nel tempo, nella storia, e necessitiamo di questi appigli (che alcuni chiamano con disprezzo “illusioni”). Non tutto dipende da noi, lo sappiamo bene; ma abbiamo il dovere di allestire quantomeno le premesse affinché le nostre speranze si realizzino.

Sempre consapevoli che, nel Libro della nostra vita, v’è uno spazio bianco a lato ad ogni pagina, a fine d’ogni frase da noi scritta; uno spazio in cui non ci è concesso scrivere…

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.

  • inguaribile sognatore perduto nel labirinto della bellezza, è una forza quello che scrivi!:)