Cosa ci tiene uniti?

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Diamo un’occhiata ai titoli dei giornali degli ultimi giorni: di fronte a continue derive radicali e individualiste cosa ci mantiene uniti?

L’ultimo è stato un campus universitario. Mercoledì 20 gennaio un commando di uomini armati ha fatto irruzione nell’università di Charsadda, nel nord-ovest del Pakistan. Il campus ospita circa tremila studenti l’anno. Si parla di quasi 30 morti. Ma prima ancora di questo episodio, il 2016 si è aperto con il terribile attacco di Istanbul. Il 12 gennaio un kamikaze si è fatto esplodere in piazza Sultanahmet, cuore antico e turistico della città. Il bilancio è stato di 10 morti, di cui 8 tedeschi. Il 14 gennaio la situazione si è replicata a Jakarta, in Indonesia. Una serie di esplosioni e scontri a fuoco ha colpito il centro città, con un bilancio finale di 7 morti. “Hanno imitato gli attentati di Parigi” hanno dichiarato le forze dell’ordine locali. E poi ancora, venerdì 15 gennaio nel centro di Ouagadougou, nel nord del Burkina Faso, si è consumata una terribile carneficina, ad opera di gruppi terroristici islamici che osteggiano la nascente democrazia. Si contano 29 morti. A ciò si aggiungono i fatti di Colonia e le difficoltà nell’integrazione. Non da ultima, la preoccupante crisi interna all’Europa: il trattato di Schengen per la libera circolazione nell’Unione sembra ormai vacillare. Di fatto Austria, Francia, Svezia e Danimarca hanno già ripristinato i controlli alle frontiere. Abbiamo ripetuto ciò che da millenni la paura ci porta a fare: innalzare muri, ideali e fisici. Per poco più di una settimana, questi sono stati i titoli dei principali quotidiani. Ne esce un quadro ben poco rassicurante: il male esiste. E sta minacciando i fondamenti stessi del nostro vivere comune: la nostra volontà di conoscere ed esplorare, la nostra vita quotidiana, il nostro diritto alla cultura e soprattutto la nostra libertà, la democrazia. L’umanità non è diversa da quei barconi stracolmi che ogni giorno attraversano il Mediterraneo: siamo in balia delle onde, spaventati e disorientati. Cosa ci permette di rimanere a galla?

Negli ultimi tempi sembriamo convinti che la società civile possa funzionare solo se fondata sull’isomorfismo: ogni individuo dev’essere uguale all’altro. È un principio rassicurante, annulla le anomalie e i problemi. È il principio stesso della nostra chiusura, ideale e fisica. Non è forse questa l’origine della barriera di contenimento, di fatto un muro, che l’Ungheria ha costruito al confine con la Serbia? Di fronte al pericolo del diverso, la nostra prima reazione è la divisione, la separazione. Sembra esserci sfuggito il fatto che la società non nasce dall’uguaglianza, ma dalla difformità, perché nessun individuo è autosufficiente, perché ognuno di noi dipende dalle diverse qualità degli altri. La società nasce per equilibrare le differenze, livellare le debolezze, aumentare le potenzialità, stimolare il dibattito. Insomma, aiutare a crescere. Par fare ciò, dobbiamo recuperare una “solidarietà organica” tra le parti.

Si tratta di un concetto elaborato a fine ‘800 dal sociologo francese Emile Durkheim: di fronte all’anomia, ovvero alla disintegrazione del tessuto sociale, egli propone una cooperazione morale basata su valori fondativi e aggregativi. Insomma, ristrutturare la società partendo dalle differenze dei singoli, uniformate nel nome di valori condivisi e interiorizzati. Ecco come i titoli di questi giorni siano il sintomo di un unico grande problema: la crisi di valori che attanaglia l’uomo. Quest’ultima minaccia le nostre certezze, ci espone alle intemperie privandoci di ogni riparo, ci costringe a chiuderci in noi stessi per proteggerci. Il pericolo non risiede tanto nel male del mondo che si manifesta, quando nell’aridità dello sguardo umano: dobbiamo guardare alla crisi della contemporaneità non con timore, non chiudendo le frontiere, non contrapponendoci al “diverso”, ma come una nuova possibilità, una sfida all’apertura. Tutto risiede nella nostra prospettiva. E qualcuno sta già tentando il cambio di prospettiva. La novità degli ultimi giorni sono le scuole di parità introdotte in Danimarca: insegnare ai migranti usi e costumi occidentali, in primis la parità di genere e i codici di comportamento. Tutto ciò per far sì che l’integrazione non sia uno scontro violento ma un incontro basato sul rispetto.

Siamo di fronte ad un momento di svolta: possiamo scegliere di costruire una società nuova da regalare ai nostri figli, capace di superare le logiche nazionaliste e oppositive, capace di affrontare il male con l’amore, senza nascondersi dietro a un muro, una società solidale, che funzioni come un organismo vivente, una cooperazione per vivere. Ritorna la domanda di Durkheim: su quali valori?

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.