Cosa ti manca ancora?

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Ogni gesto, ogni parola ha una conseguenza. Anche quando si è bambini. Ciò che per egoismo infantile si rifiuta, può diventare centrale nella vita adulta.

Ad attirare la mia attenzione sulla bacheca dell’oratorio è un piccolo annuncio, dove risaltala sigla AIDM, un’associazione che mette in contatto famiglie italiane e bielorusse. Lo sguardo corre velocemente sulle poche righe stampate su sfondo giallo. Respiro profondamente e, quasi senza accorgermene, torno indietro all’estate della V elementare, probabilmente la peggiore della mia infanzia.
Quando me lo ritrovai davanti, con quello sguardo mesto perso nel vuoto, quasi a evidenziare il suo totale distacco da ciò che lo circondava, provai un profondo senso di rifiuto. Aveva la mia stessa età, si chiamava Sergey ed era originario della Bielorussia, mi dissero i miei genitori.

L’avremmo ospitato per un mese. Mi esortarono a essere comprensiva e gentile nei suoi confronti: non era facile per lui lasciare la propria famiglia per vivere con degli estranei. Si sistemò nella mia casa, nella mia camera, nel mio letto; io avrei dormito per un intero mese sul divano.
A cena l’attenzione dei miei genitori era concentrata solo su di lui: si preoccupavano che fosse a proprio agio e che non gli mancasse niente. Si dimenticavano anche di chiedermi cosa mi fosse successo durante la giornata.
La sera stessa del suo arrivo papà e mamma gli diedero un mio vecchio giocattolo. Non ci giocavo più da tanto tempo, ma il fatto di vederglielo tra le mani scatenò in me un moto di egoismo e lo pretesi indietro. Non sopportavo di condividere con lui ciò che possedevo. La scenata che feci mi costò una solenne sgridata.

Nella notte fui svegliata da alcuni rumori: somigliavano a gemiti. Capii che provenivano dalla mia camera e andai a verificare. Dalla soglia vidi Sergey seduto sul letto con una fotografia tra le mani.
A quel punto non riuscii più a trattenermi:
“Perché piangi? Ti sei preso la mia camera, il mio letto, l’attenzione dei miei genitori, i miei giocattoli! Cosa ti manca ancora?”
Lo vidi irrigidirsi, si voltò, le lacrime gli rigavano il volto. Mi disse qualche parola in quella sua lingua strana, ma non capii. Richiusi la porta e me ne andai.

Quel mese non trascorse molto diversamente dai primi giorni. Non ci parlavamo. I miei genitori mi spingevano a coinvolgerlo in ciò che facevo, ma non li ascoltavo.
Il giorno della sua partenza ci trovavamo davanti al pullman che lo avrebbe riportato a casa. Non l’avrei mai più rivisto. Lo guardai negli occhi, aveva lo stesso sguardo indifeso della prima volta che lo incontrai. Mi tese la mano, strinse forte la mia e mi salutò in un italiano incerto.
Annuii e lo salutai: “Allora ciao, Sergey.”
Salì sul pullman e uscì dalla mia vita definitivamente. Da quella sera tornò tutto normale.

Ora capisco che il suo comportamento era giustificato dalla difficile realtà che viveva nel suo Paese. Proveniva da una famiglia di contadini sfollata dopo il disastro di Chernobyl, possedeva un unico cambio di vestiti, spesso consumava un solo pasto al giorno; i suoi genitori non potevano garantirgli cure mediche e una regolare istruzione.
Ripenso con rimorso alla mia crudele domanda: “Cosa ti manca ancora?”. Allora non compresi la sua risposta… non volli comprenderla.
Adesso, all’età di trent’anni, capisco che la risposta avrebbe dovuto essere una sola: “Tutto”.
Quell’esperienza non è finita quel giorno, mi ha accompagnata sempre, è cresciuta con me: e un anno fa ho adottato un bambino bielorusso.

Articolo scritto da Eleonora Ardissone, Chiara Gramaglia, Elena Lamberti.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.