Cose che vanno meritate

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Nessuno è mai come realmente appare. O almeno, non lo è mai del tutto. Tutti, nessuno escluso, indossano una maschera. Poggiata sul comodino durante la notte, stanca d’aver faticato un’intera giornata, riveste mattiniera il suo ruolo, ancor prima che il borbottio della caffettiera annunci l’inizio di un nuovo giorno diffondendo il suo aroma per casa.

E’ l’accessorio per eccellenza, l’amica che tiene compagnia seppur controvoglia, assecondando la scelta di una convivenza strana cui si diventa dipendenti, poco a poco. Ci sentiremmo nudi in sua assenza. La verità è che abbiamo paura, nudità a parte. Incute timore il sol pensiero di dover mostrare agli altri il vero “io”, quell’io che probabilmente nessuno accetterebbe o qualcuno, chissà. Spesso per combattere il mostro Paura, ci muniamo del proiettile Illusione; ponendo sul più verde prato il verbo sembrare, lasciando che il verbo essere si nasconda dietro un cespuglio di foglie secche perché non ha ancora racimolato la giusta dose di coraggio. La verità è che abbiamo paura e probabilmente facciamo bene ad averne. Non tutti meritano di vederci nudi, spogli delle nostre fragilità. Pochi s’incanterebbero alla vista di un albero discinto dal suo fogliame variopinto che dona forma e volume mentre in tanti penserebbero che esso sia di brutta e inutile presenza. E’ che non tutti hanno gli occhi giusti; quelli che non ti vedono ma ti guardano, ti osservano, ti scrutano, tentando fortemente di catturare i dettagli, non le ordinarietà.

Denominerei “anello del merito” ciò che lega il tutto e fa del dare-avere un’unica consistenza omogenea. In effetti, ci sono cose che vanno meritate: come il caldo abbraccio dopo aver scoperto il fiore preferito della persona che ami o il buongiorno di primo mattino, una carezza, un sorriso, un biglietto attaccato al frigo con una di quelle calamite particolari che fanno sorridere. Ci sono cose che vanno meritate: come la fiducia, così difficile da conquistare e così leggera che con un alito di vento vola subito via; fuggitiva come una donna che non sa se restare o scappare. Come una canzone, che al giorno d’oggi è diventata una forma, seppur diversa, di poesia. Una poesia che non s’accontenta d’esser scritta e letta tra i banchi di scuola o persino nel treno di ritorno verso casa, ma vuol pure essere accompagnata da chitarra, ritmo e applausi. Come una lettera spedita con tanto di francobollo, il cui mittente, magari, proviene dallo stesso paese del destinatario; eppure non esita ad imbucare quel pezzo di carta accuratamente piegato per il semplice gusto di emozionare con il più bell’esempio di semplicità.

Poi ci sono quelle cose che nessuno sa e mai saprà a prescindere dal merito, dal tempo, dal luogo, dalla persona, dal cuore e dalle sensazioni. Da tutto, insomma. Emozioni incappucciate, riflessioni occulte, lacrime trattenute per paura d’essere deriso, sorrisi forzati, gli infiniti –sto bene- ipocriti e la falsità di cui ci vestiamo per poter sembrare forti agli occhi degli altri, ingannando noi stessi. Il fatto è che ognuno ha i suoi segreti, centimetri di vita celata, chiusa a chiave con tanto di divieto d’accesso agli spettatori. E’ inevitabile mettere lucchetti a porte che non potranno mai più essere aperte, cigolerebbero troppo. Sarebbe comunque opportuno custodire nel barattolo dei ricordi le lacrime versate che hanno irrorato le nostre guance più e più volte, le battaglie perse più di quelle vinte, in modo tale da ricordarcene sempre: a volte gli errori servono più delle belle avventure.

Articolo scritto da Elisabetta Biondi

Cogitoetvolo