Credo nel non essere alieni

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Umani siamo già tutti, almeno in teoria. Più complesso, invece, il non portare in testa antenne verdi per fingerci estranei alla realtà che ci riguarda tutti.

Mengoni non s’offenda per la triste storpiatura del tormentone che ci tormenta da mesi svettando in cima alle classifiche italiane, ma invano: non l’ho ben imparato. Non perché la ridondante centrifuga dei cervelli non abbia funzionato anche col mio, anzi: le parole esseri e umani vi ondeggiano dentro in ordine sparso; ma…ma non mi basta.
Credo nel non essere alieni, umani siamo già tutti, almeno in teoria.
Più complesso, invece, il non portare in testa antenne verdi per fingerci estranei alla realtà che ci riguarda tutti. Smettere di voltarci dall’altra parte, di camminare sorridenti ma con la schiena marcia.

Credo, crediamo, nel non essere alieni, così abbiamo portato il Piccolo Principe in un carcere minorile, e i ragazzi ridevano con noi e forse anche un po’ di noi, ma è stato bello così.
Gli occhi spalancati di gente che non guarda la vita in faccia da un pezzo, e ora che la rivede la riconosce: è lei. La mattina scolpiscono nel legno Sacra famiglia nelle sue mille pose, uno di loro dice che sì, non si è comportato alla grande, ma adesso ha capito, adesso…
Adesso il cielo è un quadrato azzurro nel cemento. Pulito, però, senza una nuvola. Passeggiano sotto quel brandello concesso e poi tornano alle loro quattro cose. Non vedono una ragazza da mesi, sono avvolti nei loro vestiti migliori, pettinati come gli Aristogatti; la grazia di chi ha paura di spezzare un fiore.

Esco, usciamo, e torniamo alle nostre case; la libertà è un maglione cucito a mano che ci hanno regalato senza che avessimo particolari meriti, la libertà che ci strappiamo di dosso per sentirci più leggeri, per poi rimpiangerla sotto il ventaccio. E la solitudine è una prigione che costruiamo attorno a chi non vogliamo accanto, un intreccio di sguardi che sussurrano “sei diverso”; solitudine è, nello star soli, lasciare soli gli altri.

Contare sempre e comunque nella provvidenziale presenza di terzi che vivano bene al posto nostro, che raccolgano le nostre cartacce, annaffino le piante, curino gli anziani, amministrino le nostre città, lavino i nostri panni, soccorrano i nostri feriti, amino al posto nostro, sognino al posto nostro, cambino il mondo al posto nostro. Guardare fisso verso il nulla per non trovarsi coinvolti (sconvolti) dal mostro verità.

Eppure credo nelle mani che afferrano altre mani e si dispiacciono di essere solo un paio: fossimo polpi o millepiedi avremmo più modi, più scuse, per renderci utili.
Credo in chi decide una mattina che non vuol più votare scheda bianca.
Credo a quei signori che se starnutisci in chiesa si voltano in piena omelia e ti passano un fazzoletto.
Credo in chi non cambia canale mentre un giornalista commenta la morte di un uomo qualunque.
Credo in chi crede che non esistano uomini qualunque.
Credo nello stereo che non serve ad assordarsi dopo una lite, ma a ballare per fare in silenzio la pace.

Credo in chi si toglie le antenne verdi per dare una mano.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.