Crisi? Insaziabile ricerca di senso

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Non nascondiamoci dietro un’ignoranza di comodo. La crisi può far male ma è necessaria per spronarci a continuare l’insaziabile ricerca di senso.

Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. […] era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo.

È la falla che si apre nel cuore dell’Innominato, una sorta di ripugnanza per la propria vita depravata. Improvvisamente nell’animo dell’uomo si schiude una domanda terribile: «Invecchiare! Morire! E poi?»

L’Innominato è chiamato a fare i conti con un turbamento interiore che lo dilania, che scardina ogni certezza, che non lascia tregua, che brucia l’animo nell’incessante ricerca di una risposta. Si trova di fronte ad una crisi. Mai questa condizione è stata così attuale come nel nostro tempo: crisi economica, dei valori, della famiglia, lavorativa, dell’artigianato, dell’industria. Siamo portati a respirare la crisi in ogni luogo e abbiamo paura, perché sono in gioco i fondamenti stessi del nostro vivere. Eppure per l’Innominato la circostanza della crisi rappresenta l’urgenza necessaria per giungere alla salvezza, il momento per la domanda decisiva: qual è il senso, il fulcro dell’esistenza? Nella sua accezione più arcaica, la parola crisi assume un connotato positivo: dal greco κρίνω «distinguere, giudicare», dunque cercare una risposta, indagare. È il verbo che meglio sintetizza la condizione dell’homo viator, l’uomo in perenne ricerca di una verità che continua a sfuggire, impossibile da afferrare in maniera definitiva. L’uomo che si pone domande e cerca risposte. Eppure l’uomo moderno fatica ad abbandonare la tranquillità delle illusioni che si è costruito, è sedentario, incatenato, oppresso da quello che Pascal chiama divertissement: lo stordimento che ricerchiamo al fine di dimenticare la domanda sul senso della vita. Temiamo che non vi sia risposta, e dunque la mettiamo da parte, cerchiamo l’oblio in una continua tensione verso il futuro.

Il presente non è mai il nostro fine: il passato ed il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai.

Così scrive Pascal nel pensiero 172. Siamo incapaci di cogliere la realtà che accade oggi, non abbiamo il coraggio di osare, di andar oltre le vuote apparenze, di ricercare l’essenziale. Abbiamo la necessità di un tafano che ci stuzzichi, come Socrate, come l’Innominato. Abbiamo bisogno di essere provocati, abbiamo bisogno del dubbio, di un’incertezza che faccia vacillare il velo di perfezione che avvolge l’ignoranza. Abbiamo bisogno della crisi! Una crisi che faccia prorompere in noi nuove domande, che ci costringa a prendere in mano la nostra vita. Perché, come afferma Emily Dickinson:

finché non siamo chiamati ad alzarci in piedi non scopriamo la nostra vera altezza.

Nell’Antica Grecia il teatro assumeva un ruolo simile: periodicamente andavano in scena le contraddizioni e le incertezze dell’uomo. L’intento principale del tragediografo era indagare la condizione dell’uomo e i suoi rapporti con gli dei, le ragioni etiche del suo agire, le responsibilità e le sue colpe all’interno della prospettiva sociale e politica dell’epoca. Il teatro diveniva il tempio della democrazia, veicolo di messaggi etici, fonte di una discussione politica a cui tutti dovevano prendere parte. A tal punto che durante il governo di Pericle chi non poteva permettersi il prezzo del biglietto per assistere alle rappresentazioni riceveva delle sovvenzioni speciali: il teatro veniva considerato essenziale per la formazione del pensiero. Non a caso il teatro ad Atene cadde nel 403 a.C., con la fine della democrazia e della libertà di espressione: si smise di scrivere tragedie. È la cultura il metro della nostra libertà, la culla delle nostre domande, il prodotto della nostra ricerca. Non nascondiamoci dietro un’ignoranza di comodo. La crisi può far male, può rivelare verità scomode, ma è necessaria per spronarci a continuare l’insaziabile ricerca di senso.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.