Cronache dal Centro Italia: la fatica

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Il primo giorno è duro: tante, troppe le necessità, la gente da rassicurare, i bisogni da soddisfare. Fatica è la parola d’ordine.

Giovedì 3 ottobre, ore 17.34, Udine. Sono in Biblioteca, leggo distrattamente alcuni saggi sui rapporti diplomatici tra Russia e USA. Il telefono è accanto a me: attendo che si illumini. Da ieri sera non sento Riccardo, solo qualche sporadico messaggio. Ha creato un gruppo WhatsApp con cui tenere informati i parenti più stretti, la sua ragazza, gli amici. Di prima mattina ci invia il buongiorno: è riuscito persino a concedersi due ore di sonno dopo il lungo viaggio notturno. Si trova a San Severino Marche, nel campo sfollati gestito dal CISOM. Mentre attendo una sua telefonata, ripenso a quanto mi raccontava prima della partenza, alle sue sensazioni, alle preoccupazioni di chi gli è vicino: ‘troppo giovane, a che serve? Perché perdere inutilmente giorni di scuola?’. Finalmente il telefono squilla. Infilo il cappotto e volo verso l’uscita, il freddo pungente di Udine mi colpisce come uno schiaffo in faccia. Rispondo.
‘Ciao vecchio’, la voce è stanca, un po’ provata. Non ci faccio quasi caso e subito lo subisso di domande: ‘Com’è la situazione lì? Quale mansione ti hanno assegnato? Hai parlato con gli sfollati? Quanti sono? Cosa fanno durante il giorno? E la città? In che stato si trova? Crolli?’. Dall’altra parte della linea solo un gran sospiro: ‘Prendo un caffè e ti racconto, però guai a te se usi ancora lo stile cinematografico del primo articolo!’. Ha trovato il tempo di leggerlo, sorrido. ‘Hai il mio sacco a pelo, sei in debito con me, ergo lo stile lo decido io’.
In città ci sono crolli evidenti, molte case sono state dichiarate inagibili, le zone rosse sono ben quattro, i campi per gli sfollati sono in tutto cinque. Le scuole sono chiuse, l’ospedale più vicino è la ASL locale. Il campo CISOM è stato allestito all’interno del Palazzetto dello Sport cittadino, all’esterno si trovano le cucine mobili e i container dei volontari. Ospita circa 150 sfollati, assistiti da uomini del CISOM e della Croce Rossa. A tutti si cerca di offrire assistenza medica e soprattutto psicologica. Riccardo è il responsabile della segreteria del campo, a lui spetta schedare gli sfollati e gestire i turni dei volontari.
Fermo un attimo. Troppe domande. Davvero ti interessano tutte queste informazioni? Meglio ricalibrare: ‘Amico, come stai?’. La parola d’ordine di questo primo giorno è fatica. Non c’è stato un attimo di pausa. La gente ha paura, non solo delle scosse che continuano a susseguirsi, ma anche dello sciacallaggio. Sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, le zone rosse sono ancora irraggiungibili, di squadre per il recupero beni ancora non si parla. Hanno paura che il loro mondo possa non solo cadere a pezzi, ma anche essere rubato, strappato via per sempre. C’è gran confusione, tutti cercano conforto, informazioni rincuoranti, a volte un semplice sorriso. Riccardo mi ha inviato un breve video della sua postazione: lavora al tempo stesso su due computer, attorno è il caos. Al telefono mi confessa: ‘facciamo umanamente fatica a gestirli e per fortuna sono molto collaborativi’. La voce lo tradisce: sapeva non sarebbe stata una passeggiata. Spera di riuscire a dormire stanotte, tra l’adrenalina e i turni di veglia, tra il lavoro da sbrigare e gli sfollati da assistere. Una voce distante lo chiama: ‘Devo andare amico mio, c’è bisogno di me’. ‘Va bene, vedi di riposare almeno un poco! E grazie per quello che fai!’. Abbiamo parlato per soli 5 minuti.
Lascio la Biblioteca e mi avvio verso casa, ripensando a quanto ho appena ascoltato. Io avrei fatto lo stesso? Mi sarei gettato nella mischia sapendo il prezzo da pagare? Avrei retto la pressione, ma soprattutto la fatica? Cerco di mettermi nei panni di Riccardo. Di fronte a me ho 150 persone insicure, che hanno visto metà della loro città trasformarsi in un luogo spettrale, disabitato. 150 persone che da giorni ormai vivono in una palestra, su giacigli di fortuna, senza un minimo di intimità, l’una accanto all’altra. 150 persone prive di ogni certezza riguardo al proprio futuro, incatenate ad un presente paralizzante. 150 persone che fanno affidamento su di me, che chiedono aiuto, risposte, attenzioni. Sarei partito nel cuore di una fredda notte d’ottobre per raggiungerli nel dolore e nella disperazione? Avrei avuto il coraggio di vincere questa fatica? Prendo il telefono e scrivo a Riccardo: ‘Cosa ti dice la gente? Cosa ottieni in cambio per tutto ciò che fai?’. La risposta arriva dopo un po’, scritta in fretta tra una mansione e l’altra, eppure incisiva: ‘Grazie’. Come a dire amore che dono è il mio perché, il mio coraggio, la mia ricompensa.
Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.