Cronache dal Centro Italia: la normalità

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Secondo giorno: gli occhi di Riccardo ci raccontano la ‘normalità’ del campo nei paesi terremotati.

Venerdì 4 ottobre. La mia giornata inizia di buon mattino, nonostante l’Università per una volta sia stata clemente: nessuna lezione. Ne approfitto per sbrigare alcune questioni: sistemare l’appartamento, presentarmi in Segreteria Studenti, riportare alcuni libri in Biblioteca. Pranzo con i miei amici in mensa, a seguire caffè e una spulciatina al Web. Trascorro il pomeriggio studiando distrattamente l’Europa del ‘600 e sgranocchiando una gocciola qui e là. Finalmente arriva l’ora di cena e ritrovo i miei amici. Facciamo tardi la sera e ci incantiamo a guardare un film insieme. E’ già notte inoltrata quando sprofondo nel letto. Questa è la mia normalità.

La giornata di Riccardo non si capisce bene quando abbia inizio. Di notte si susseguono i turni di veglia, il tempo per dormire è ridotto all’osso. Alle 3.40 un signore si sente male: bisogna soccorrerlo e vigilare. Alle 7.30 inizia il turno giornaliero presso la segreteria generale del campo: già 80 persone attendono in coda di essere registrate e censite. Il turno si conclude 220 persone dopo, alle 22.00. Nel mezzo solo una manciata di minuti per una rapida pausa pranzo, qualche sporadica pausa pipì e le pause dovute alle interruzioni di Internet (causate dalle scosse). Eppure quando mi chiama alle 22.27 la voce è ancora squillante e vigorosa. Alla domanda ‘Come stai vecchio mio?’ risponde citando Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Penso sia proprio una metafora azzeccata: le foglie autunnali hanno il coraggio di lasciare la sicurezza dell’albero per gettarsi nel vuoto e rendere fecondo il terreno su cui sorge la loro casa. Come a dire che ci vogliono sacrificio e dedizione per dar nuova linfa a questa terra. Le chiamate di Riccardo sono sempre inframmezzate da mille interruzioni: uno psicologo lo cerca per quella bambina che aveva bisogno di assistenza, un volontario dall’accento del Sud chiede da dove venga un ragazzo così giovane, un altro ancora chiede informazioni sul suo turno di veglia. In silenzio, dall’altro capo della linea, ascolto questi frammenti di vita, il brusio in sottofondo, le grida lontane di qualche bambino. E’ la normalità del campo.

‘We Al, ora abbiamo un briefing urgente con i responsabili del campo: domani arriveranno 28 nuovi volontari e dobbiamo decidere come smistarli. Ci risentiamo appena finiamo’. Ovvero alle 1.47 della notte. La stanchezza per me comincia a farsi sentire, ma non per Riccardo, che mi accoglie con una ventata di buonumore e ironia: ‘Oh ma il tuo sacco a pelo sa proprio da naftalina!’, non posso trattenermi dal ridere. Mi racconta del briefing: l’arrivo di nuovi volontari significa potenzialmente più ore di sonno. Eppure la cosa che più ci tiene a raccontare è il clima che regna tra i volontari: ‘qualche incomprensione, certo, ma nonostante tutto siamo una squadra formidabile, insieme nemmeno i turni di notte sembrano pesare troppo, si scherza volentieri’. Lo sento allegro, felice. Mi racconta le scene più divertenti della giornata: gli anziani e il loro marchigiano incomprensibile, arabi e indiani e i loro nomi impossibili da registrare. Si lancia in qualche parodia del dialetto locale, che diventa prima una sorta di romano, poi un toscano e infine sfocia nella parlata del premier Renzi. Il terremoto ora è lontano sullo sfondo, in primo piano c’è la nostra semplice amicizia. ‘Perchè non fai qualche imitazione per gli sfollati?’, si fa più serio: ‘Ci provo a strappar loro un sorriso, spesso ci riesco, ma non è facile. Non possono tornare a casa, dove hanno lasciato tutte le loro cose, sono un po’ spaesati, spesso a fianco di sconosciuti, i volontari cambiano ogni 72 ore, non hanno il tempo di affezionarsi, alcuni preferiscono il distacco, ma tutti ringraziano e collaborano con noi’.

Ritorno serio anche io: ‘Dopo due giorni che ne pensi di questa esperienza?’. Mi fa sentire il ronzio delle ventole che pompano l’aria nel grande tendone gonfiabile che funge da mensa per il campo. Un suono che da giorni si ripete, basso e continuo. Così è la vita nel campo, non c’è nulla di eroico o straordinario, ma solo una grande normalità. La pazienza e la comprensione di tutti sono messe a dura prova, i volontari soffrono la mancanza di sonno, i bambini chiedono infiniti perchè, gli anziani un poco di conforto, una televisione e un mazzo di carte: ognuno vive la propria normalità. Mi ritorna in mente quell’Hobbes studiato al liceo, quello dell’homo homini lupus, portato per natura alla sopraffazione degli altri esseri umani. La verità è che la quotidianità dell’uomo è fatta per l’amore e la solidarietà. E non dovrebbe esserci nulla di strano o straordinario in tutto questo.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.