Cultura è ciò che rimane quando hai dimenticato quello che hai appreso

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Questa è la cultura: ciò che rimane. Non il nozionismo che viene presto dimenticato ma l’essenza pura del sapere che ci accompagna per sempre.

Ciò che rimane? Dimenticato? Significa che qualcuno può dimenticare le date delle guerre puniche ed essere comunque definito una persona di cultura? Ebbene, sì.

Per comprendere appieno questa affermazione tanto assurda bisogna prima scoprire il vero significato di cultura.

La parola deriva dal latino colĕre, «coltivare». Quest’ultimo verbo ha a sua volta due significati principali: il primo naturalmente si riferisce al lavoro agricolo; ma il secondo, splendido, è “praticare con impegno e dedizione, curare, migliorare, nutrire, tenere vivo”. Nutrire. Tenere vivo.

Normalmente un italiano frequenta la scuola dai sei ai diciotto anni, ovvero per tredici anni, durante i quali approfondisce varie materie, fra italiano, storia, scienze e altre specifiche del proprio corso di studi, per cui è chiaro che anche il migliore degli studenti non potrà mai ricordare ogni cosa. E allora che ne è di tutto ciò che viene dimenticato? È come se non fosse mai stato conosciuto, destinato al nero e silenzioso oblio?

Una parte purtroppo sì, ed è per questo motivo che si ha difficoltà a ricordare le date e i luoghi delle battaglie o i nomi di tutti i personaggi de “I Promessi Sposi” (chi erano Bortolo e Tonio?).
Ma un’altra parte, molto più profonda e importante, in realtà è rimasta. Noi crediamo di averla dimenticata, ma anche se non ne siamo pienamente consapevoli, fa parte di noi, perché in passato ci siamo nutriti di essa, ci siamo fatti plasmare da essa.

Chi può ricordare le singole battute che gli attori hanno recitato durante la tragedia greca?
Ma chi può dimenticare la sensazione scuotente di rinascita – nel linguaggio tecnico catarsi, da κἁθαρσις (katarsis), «purificazione» – del momento in cui la tragedia si è conclusa?

Questa è la cultura: ciò che rimane. Non il nozionismo che viene presto dimenticato ma l’essenza pura del sapere che ci accompagna per sempre.

Ciò che rimane è anche ciò che mantiene viva la nostra anima.

Lo abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita, magari quando ci siamo accesi in un’ora di lezione straordinariamente bella, quella senza la quale forse non saremmo chi siamo.

Abbiamo provato passione, partecipazione, curiosità, forse abbiamo persino pianto e siamo tornati a casa un po’ diversi da quelli che eravamo.
Quando ciò accade, un senso di pienezza riscalda lo stomaco, lo inonda di mille sensazioni; la propria realtà diventa solo una delle tante, la più piccola, e nel frattempo la consapevolezza che tutto è solo un viaggio illusorio, scaturito da qualche parola particolarmente incisiva, fa sentire un po’ pazzi. Ma completi.

Quel turbamento provato al teatro o a scuola non è un evento casuale, ma il più naturale: indica che quando la cultura – quella vera – penetra, in quello stesso istante diventa come la luce, violenta e incontenibile.
Ci insegna Roberto Vecchioni nel suo ultimo libro “Il mercante di luce” che «non è importante quanto si vive, ma con quanta luce dentro» e la luce di una vita è data anche dalla cultura che ogni uomo porta con sé.
È però vero che la cultura spesso non sembra avere un legame diretto con la realtà e per questo è facile cadere nella tentazione di considerarla inutile. «Anche il greco», spiega Vecchioni in una sfida contro chi lo definisce una lingua morta «non serve a niente. Ma chi non lo conosce non ha capito l’utilità dell’inutile, la bellezza dell’inutile. Perché non si vive solo di utile».

Cultura è quindi luce e la luce a sua volta è vita, come racconta anche Konstantinos Kavafis nella sua poesia “Candele”: stanno i giorni futuri innanzi a noi/come una fila di candele accese(…)/Restano indietro i giorni del passato/penosa riga di candele spente(…).
Nessuno di noi può prolungare la fila delle candele accese ma possiamo tutti provare a illuminare i nostri giorni un po’ di più, dedicandoci a quella cosa così inutile e così tanto utile che è la cultura.

Tutte queste cose, io le ho capite in un’ora di lezione.

Silvia Occhipinti

Onde. Scarpette di stoffa, rosa, consumate. Greco. Libri. Notte. Inchiostro. Queste sono le mattonelle del mio nome. Riempite a modo vostro ognuna di queste piccole parole, ma tenete sempre i vostri pensieri accanto a una diciassettenne con un pizzico di follia negli occhi, pellicine rovinate ai pollici e un paio di Superga rosse ai piedi. Forse vi sarà utile sapere che… non so trattenere i sorrisi, mi piace la musica senza parole, e sono perdutamente innamorata degli occhi che brillano.