Cuore di madre

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3° classificato del concorso Una storia per la vita

Nella stanza di Federico, nulla sembra essere cambiato. Gli attimi scorrono via, seguendo la solita agonia di ogni giorno, danzando lentamente verso quella luce di sole tiepido che penetra timidamente dalla finestra, vincendo a malapena le tende. Nulla cambia.

E cosa dovrebbe cambiare? I volti della gente intorno al letto di Federico sono vuoti, senz’anima, senza speranza. Parenti e amici seguono bene il rituale, si affollano in processioni prive di senso, accompagnate da parole altrettanto vuote, altrettanto vane. Il mio Federico non c’è. Non vede, non sente, non vive. Non è vita, la sua.

A soli quattordici anni è costretto a morire ogni giorno nel suo letto, il letto da cui si alzava ogni mattina furibondo, sgridandomi per non averlo svegliato prima. E non avrei dovuto permettere che andasse a scuola la mattina in cui è caduto, non avrei dovuto accompagnarlo, non avrei dovuto salutarlo con un bacio in fronte davanti a tutti i suoi compagni, forse non avrei dovuto neppure metterlo al mondo. Con questi pensieri gli rimbocco le coperte, tengo stretta la sua mano e fisso immobile il suo sguardo, come se avessi paura di svegliarlo.

Ha uno strano sorriso appena accennato sul viso, sembra compatirmi, sembra darmi coraggio, sembra chiedermi di non mollare. Forse sente il mio dolore, forse legge nei miei pensieri, forse è solo contento che tutti siano andati via, per restare solo con sua madre. Provo vergogna, perchè in quel sorriso vedo la vita, vedo il coraggio, vedo la forza del mio piccolo Federico, vedo che il suo cuore non ha mai smesso di pulsare, di sperare. E io ho abbandonato me stessa al torpore della rassegnazione, della disperazione, scordando Dio e scordando anche di essere madre.

Chiederò scusa al mio bambino quando si alzerà, quando finalmente potrà correre fuori e sentire la brezza mattutina sul viso e quando, già grande, offrirà al mondo la sua esperienza e la sua vita. Ma qualcosa mi distrae dai miei pensieri? una lacrima solca il viso di Federico. Mi starà ascoltando? Sarà felice di sentirmi vicina o sarà deluso della sua mamma? Non importa. Di sicuro non credo a chi dice che la sua non sia una vita dignitosa. Sono qui per lui e per lui continuerò ad offrire il mio dolore e la mia gioia, il mio pianto e il mio sorriso, i miei dubbi e la mia fede. Questo mi renderà viva.

Anche se lui sarà sempre più vivo di me. Perché sa piangere. E io ho scordato come si fa.

 

L’autore di questo articolo è stato premiato con una copia del libro Scusa New York vado di corsa, e con 8 punti validi per il concorso Cogitante del mese di febbraio.

Ringraziamo e ci complimentiamo con gli altri partecipanti al concorso che non sono stati premiati per motivi di spazio. Come succede in ogni gara, anche in questo caso abbiamo dovuto fare delle scelte che necessariamente avrebbero escluso lavori altrettanto validi. Grazie a tutti e continuiate a far crescere il sito con i vostri contributi.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.