CV Dreamer #3: la clown therapy di Sabrina Sapienza

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Sabrina Sapienza ci racconta la sua esperienza come clown di corsia. Un pezzo del proprio tempo da donare, “se siete molto vivi e vi avanza della vita per gli altri”.

Come ti è venuta l’idea di diventare clown?

Non saprei collocare con esattezza su una linea del tempo il momento in cui ho deciso che avrei fatto il clown di corsia. Mi viene in mente mia madre, che quando le chiedo quando lei e papà abbiano deciso di sposarsi mi risponde «Non so, a un certo punto abbiamo iniziato a comprare mobili». Noi abbiamo iniziato a cercare associazioni, e quando i tempi di attesa sono diventati troppo lunghi e avevamo momentaneamente accantonato il progetto, abbiamo trovato per caso un articolo di giornale che parlava proprio dell’inizio di un nuovo corso di clown therapy.

Quando si dice il destino! Quale percorso di preparazione bisogna affrontare per diventare clown di corsia?

Prima di mettere piede in ospedale bisogna fare formazione: credevo che mi avrebbero spiegato come comportarmi, invece le lezioni del corso hanno avuto come tema quasi esclusivamente l’amore, l’empatia, la comprensione, l’incredibile risvolto salutistico del sorriso sulla vita del paziente: un ospedalizzato che si fa coinvolgere dai clown in media riduce del 50% la sua prognosi e ciò significa che, a parità di condizioni cliniche, una persona chiusa e triste impiegherà il doppio del tempo a guarire. Da qui è stato chiaro che non stavamo scegliendo un hobby ma una missione, un prurito: a me prude, m’infastidisce, che ci siano ancora letti pieni di persone sole. Mi fa così tanta rabbia che devo per forza mettermi un naso rosso, farmi delle treccine e tener loro compagnia.

Raccontaci le tue prime esperienze in corsia.

I miei primi reparti sono stati pediatria e geriatria: due mondi paralleli, ma non per questo dissimili. Anzi, ho trovato più fanciullezza negli occhi di una novantenne che ci raccontava i tempi d’oro della sua carriera sentimentale che in certi bambini spaventosamente consapevoli di quello che stavano vivendo.

Hai avuto difficoltà, momenti di crisi?

Quello che vengo a fare in ospedale è puramente altruistico, quindi cerco di mettere da parte le mie impressioni personali e di ridurre i momenti di sconforto a quel millisecondo in cui noto il malessere del paziente che ho davanti, me ne preoccupo, mi ricordo chi sono e torno a sorridere e a far sorridere.

Ci sono stati momenti indimenticabili?

Mi viene in mente 00Peppe, il bambino più mogio di tutto l’ospedale, che si è trasformato nel mio fido compagno di avventure. L’ho fatto sganasciare dalle risate parlandogli della fantomatica pizza ripiena che ho preparato per la giornata d’inaugurazione: non la mangi, agente 00Peppe, ha un aspetto orribile! L’ho fatta perché l’avevo vista fare in tv alla Parodi. Va beh, la sua era una sfoglia con la marmellata. Non rida, agente 00Peppe, deve fingere che sia buona per gli altri ospiti! Credevo che non l’avrebbe mangiata sul serio, aveva già preso qualcosa e non sembrava affamato. Invece non ha mangiato altro finché non hanno portato anche la mia pizza. Se n’è fatto dare un pezzo, come a dirmi: grazie di avere insistito, avevo proprio bisogno di qualcuno che non si arrendesse alla mia tristezza. Buona, però io non li mangio mai i bordi, neanche a casa, eh, non è per colpa tua.

C’è qualcosa che ti ha sorpreso o deluso?

Deluso no, solo sorpreso. Ad esempio una volta mi ero già tolta il camice, avevo terminato il servizio, e sento una musica all’ingresso del reparto di pediatria. Mi avvicino e c’è un meraviglioso quartetto d’archi. Suonavano per i bambini e spiegavano loro i rapporti tra le tonalità e l’umore generato dalla musica. D’istinto mi sporgo e faccio ciao con la mano a questi bambini sconosciuti. Loro mi salutano a mia volta e sorridono. Io allora saluto ancora più energeticamente, come se mi fosse impazzita la mano. Loro iniziano a ridere e a salutare più forte, un monello mi fa anche la linguaccia. Finisce che quelli davanti si girano a vedere perché questa fila di bambini ride, e si mettono a ridere, una mamma apprezza la cosa e mi fa anche una foto mentre faccio una smorfia a suo figlio, che continua a ridere ridere ridere e fare il gesto di dirigere l’orchestra con l’indice destro. Tutto ciò in mezzo minuto e senza niente. Niente naso, niente palloncini, niente giochi di prestigio, niente diavolerie nelle scatole plastificate create a proposito. Può risultare noiosamente sentimentale, ma è vero: basta un sorriso. La nostra semplice esistenza è uno strumento di vita per gli altri, la medicina che regala tempo in più.

Consiglieresti ai lettori di seguire il tuo esempio? Perché?

Faccio l’impopolare e dico no, non seguite affatto il mio esempio. Perché se seguite un esempio mirerete a un fac-simile dell’esperienza di un’altra persona. Non fate clown therapy perché Sabrina Sapienza su Cogitoetvolo ha dichiarato che fare clown therapy è carino e ci sono i bambini carini che sono un po’ tristi ma se li fai sorridere diventano ancora più carini. Non fate assolutamente clown therapy se siete di natura invadenti, suscettibili, scontrosi e melodrammatici o se al contrario, con inopportuna superficialità, sminuite il dolore degli altri anche se piccolo. Non fate clown therapy per mettere una crocetta sul buon proposito dell’anno o per vantare il vostro buon cuore nuovo di zecca o per lamentare un nuovo impegno o stress tra i tanti della vostra quotidianità. E qui arriva il bello: fate clown therapy se non vi bastate, se avete voglia di rivedere completamente i pilastri che vi reggono, se avete tanto da dare senza la pretesa di ricevere, se siete intrepidi ma anche accorti, se siete molto vivi e vi avanza della vita per gli altri.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".