Dalla parte di Chris Martin

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Chris Martin è un personaggio interessante: è un songwriter eccezionale, ha una voce meravigliosa ed è, suo malgrado, una rockstar.

Per chi è cresciuto a latte e Pink Floyd, il rapporto con la musica contemporanea è, per definizione, sempre problematico.
Tutto, messo a confronto con l’energia e la profondità dei Beatles, o con la voce monumentale di Bob Dylan o, ancora, con i riff di Jimmy Page, appare di una semplicità quasi imbarazzante, tanto che la domanda che ci poniamo più spesso è la seguente: le nostre orecchie saranno mai deliziate da qualcosa altrettanto piacevole che non provenga, stavolta, da un mostro sacro della storia della musica?

Ma, sebbene l’amore per il rock inglese ci sia stato trasmesso geneticamente – o inculcato a forza di Lullaby alternative, magari cantate dai Cure -, non possiamo nascondere a noi stessi di essere figli dei nostri tempi, dove gli Stones sono ormai arzilli vecchietti e il rossetto di Robert Smith perde di fascino davanti alla sua voce ormai spenta, dove ormai anche Kurt Cobain o la stessa Amy Winehouse sono rimasti vittime dei loro ventisette anni.
E da bravi Millennials non potevamo fare i conti con una band – inglese, tanto per cambiare – arrivata al successo nei primissimi anni di questo secolo: i Coldplay.

I Coldplay, lo ammettiamo senza troppi problemi, sono stati per molto tempo la più evidente contraddizione nel nostro modo di intendere la musica, anzi, più esattamente, di quella che chiamiamo “buona musica”.
Chris Martin – più che il frontman, l’anima del gruppo – è sempre stato oggetto di scherno dagli amanti del rock duro e puro perché troppo molle, troppo noioso, troppo intimista, troppo bello, troppo pop, troppo pulito, troppo tutto.
Chi vi scrive ha già da tempo superato tutte queste riserve, scrollandosi di dosso quello snobismo che purtroppo accomuna chi ha avuto la fortuna di essere cresciuto con nelle orecchie un certo tipo di musica e prova una più che naturale diffidenza verso il pop genericamente inteso.

Fidatevi, però: i Coldplay, anche se sono a noi contemporanei, meritano (più di) un ascolto.
Semplicemente per il fatto che sono stati capaci di raccogliere l’eredità del rock rinnovandola completamente e fondendola con un’anima pop, sostituendo la centralità della chitarra con il pianoforte, che si trova ad essere l’assoluto protagonista di diversi album insieme alla voce cristallina di Chris Martin.
Chris Martin è forse uno dei personaggi più interessanti della musica di oggi: ha una voce meravigliosa, capace di passare al falsetto con una naturalezza che forse non ha precedenti, riuscendo così a far vibrare ogni corda del cuore di chi lo ascolta; è un songwriter eccezionale e, soprattutto, non ha paura di rinnovarsi, di sperimentare, di andare a cercare negli angoli più remoti della sua non ancora esaurita vena creativa.

Insomma, questo ragazzo britannico, dalla faccia pulita, è una rockstar senza quasi volerne recitare la parte, famoso quasi suo malgrado, lontano dagli eccessi e dalle stramberie di molti suoi famosi colleghi.
Le sue canzoni, soprattutto se guardate in prospettiva temporale, sono diversissime tra di loro, pur avendo in comune un marchio di fabbrica riconoscibilissimo. Primo esempio: Politik, dal secondo album “A rush of blood to the head”, siamo nel 2002. La canzone è un piccolo gioiello, sembra una delle classiche ballad romantiche voce e piano, dal ritmo circolare, per poi esplodere solo in un secondo momento, quasi volesse rendere tangibili i sentimenti cantati da Chris Martin.


“Viva la vida” è, invece, un album totalmente diverso dai precedenti e costituisce forse il punto più alto della produzione della band inglese.
Stilisticamente perfetto, ricco di influenze orientaleggianti veicolate dal produttore e musicista Brian Eno, “Viva la vida” è un album straordinario, che pullula di vita e di un’energia incontenibile.
Tamburi marocchini e strumenti indiani si mescolano alla tradizione musicale europea creando un suono incredibilmente ricco, ampio, estremamente variegato.
Ma è nelle parole che Chris Martin trasmette il suo amore per vita, quella incontenibile gioiosa speranza che nasce, anche nei momenti più bui, dalla consapevolezza che la nostra esistenza non finirà nel nulla, ma c’è, ci deve essere qualcosa di più grande. “Solo perché stai perdendo” canta infatti con enfasi e dolcezza “ciò non significa che sei perso”: continua a lottare per ciò in cui credi, non arrenderti mai. E qui arriviamo al secondo esempio: la canzone si chiama “Life in technicolor” ed usciva nel 2008. Anche su questa piccola perla abbiamo poco da dire, sarà la musica a parlare da sé.

 


La stessa energia che animava “Viva la vida” potrebbe, in un certo senso, ritrovarsi nell’ultimo album, uscito lo scorso 4 dicembre: “A head full of dreams” (e il titolo è già tutto un programma).
E sebbene sia azzardato – se non addirittura sbagliato – giudicare un disco senza averlo prima ascoltato quattro o cinque volte, alcuni indizi suggeriscono di fidarsi ancora una volta dei Coldplay, perché anche stavolta sembrano voler cantare una vita a colori, proponendoci un prodotto ancora più sperimentale e diverso dai precedenti. Chris Martin non ha paura di sporcarsi le mani, arrivando ad addirittura a imbrattarsi di dance californiana. Ma l’ultima canzone che proponiamo sembra quasi un ritorno alle origini, dove il pianoforte torna ad essere l’assoluto protagonista, insieme ad una sottile malinconia che sembra serpeggiare nelle parole che compongono il testo, sospeso a metà tra una dichiarazione d’amore e una preghiera: When I’m cold, cold, there’s a light that you give me when I’m a shadow, there’s a feeling you give me, it’s everglow…

Insomma, noi siamo dalla parte di Chris Martin.
E dove non arriva la musica, i suoi occhioni azzurri faranno il resto!

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.