Dalla solitudine alla vita

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Un appuntamento disdetto e il tempo da riempire con la compilazione di schede rimaste in attesa.

Quasi subito, però, vengo distolta da questo proposito da un bussare alla porta.

Mi ritrovo davanti una giovane donna, un po’ cicciottella, dall’aspetto di “peluche” dovuto, forse, ai lunghi capelli arricciati.

I soliti riti di accoglienza e di benvenuto, seguiti da una stretta di mano e dalle presentazioni.

“Sediamoci – la invito – credo che lei voglia raccontarmi qualcosa!”

Bianca sembra riluttante; si guarda attorno, si passa una mano nei capelli buttandoseli indietro, e, con un’aria sperduta e incerta, “Eccomi qui” mi dice come aspettando da me qualcosa di cui nemmeno lei sa.

“Ne sono felice – rispondo – e certamente avremo delle cose da dirci.”

Così Bianca inizia a raccontare la sua storia di giovane donna abbandonata.

I suoi genitori sono morti entrambi, il papà perché etilista e la mamma per una malattia incurabile.

“L’ho assistita fino all’ultimo istante, curandola come se non fosse solo la mia mamma ma anche la mia bambina, ed è morta quasi dolcemente. Da allora sono sola, è passato poco più di un anno e, adesso, mi ritrovo incinta.”

Le parole pronunciate con un senso di durezza e di determinazione, avvolgevano il rimpianto e la commozione; io mi sentii toccata profondamente tanto da accettare un momento di silenzio per ricacciare indietro forti emozioni e lacrime pietose. Lasciai che continuasse:

“Ora la casa popolare che avevamo ottenuto, è mia. Credevo di aver incontrato l’uomo della mia vita, io facevo la barista e lui il carabiniere lontano dalla sua terra, era tanto gentile, buono, diceva che avrebbe voluto sposarmi, e siamo stati insieme nella mia casa, ormai tanto vuota.

Poi sono rimasta incinta e lui mi ha detto che aveva avuto una licenza; è passato quasi un mese ma non è tornato e non risponde al telefono. Dove lavoro, quando hanno saputo della gravidanza, mi hanno detto che non potevano correre rischi e, quindi, mi hanno obbligata a licenziarmi dicendomi di tornare se fossi andata ad abortire.”

A questo punto, come altre volte, resto in silenzio, stupita, spaventata, come se rincorressi parole che sento sfuggirmi inesorabilmente.

Anche Bianca non parla, resta come se stesse ascoltando l’effetto dei suoni pronunciati e stesse come aspettando qualcosa da me. La sento avvolta dalla sua solitudine e dalla delusione che il padre di questo piccolo bimbo le ha lasciato tutta intera. Timidamente chiedo di qualche parente e, sì, c’è una nonna materna vecchia e male in arnese, che, ogni tanto, sta con lei. Ci sono, poi, zii e cugini con cui non si riconosce in sintonia; le rimproverano il suo modo di fare e, soprattutto le sue scelte. Insieme a loro si vive come la poveretta sfortunata a cui regalare, forse, piccole cifre di denaro. Un peso insomma!

Rimpiange la sua vecchia casa di ringhiera dove si litigava spesso, anche per cose da niente, ma, dove, si era tutti per uno e uno per tutti. Mi rendo conto che sta rincorrendo i suoi ricordi: giochi nel cortile, confidenze tra adolescenti, piccoli pettegolezzi e piccole invidie. Silenziosa, rivive il suo recente passato di bimba e ragazza povera a cui non mancava, però, la compagnia dei coetanei e, forse, qualche carezza distratta di adulti.

“Bianca, mi faccia sentire i suoi pensieri” la invito affettuosamente.

“Ogni tanto mi ritrovo a pensare che a questo ragazzo ho voluto e, ancora voglio, bene – mi risponde sottovoce – e che forse se questo bambino potesse nascere non sarei così da sola. Ma come potrei fare visto che perderei anche il lavoro se non me ne disfo?”

La solitudine in Bianca non è un muro compatto, mostra qualche fessura.

Questo bambino che aspetta, anche se da sola, le porta emozioni positive e, sui vissuti positivi può servire far leva. La sollecito a raccontarmi della sua storia con il padre del bambino e di come si è sentita in quel periodo; ricorda con commozione e senza risentimento.

“Forse questo bambino è arrivato proprio per continuare una storia bella” commento “e perché la sua mamma non sia più così sola. Il nostro Centro potrebbe aiutarla a prendere in considerazione ciò che le sta capitando e fornirle il necessario per portare avanti la gravidanza.” Mi ascolta concentrata su quanto le dico, alza un po’ il viso passandosi una mano sulla fronte, mi guarda in modo interlocutorio e mi dice: “Io ho tanta voglia di lavorare e sono già in parola con una persona che mi offre un’occupazione per mezza giornata. In fondo non ho bisogno di molto e se voi davvero mi deste una mano, credo di potercela fare.”

La vita ha vinto un’altra volta, la sensazione di non essere sola porta alla progettualità e di progetti insieme, a questo punto, ne stiamo facendo numerosi.

Bianca è decisamente più serena, ha una specie di sorriso sulle labbra e continua a guardarmi intensamente. “Io sono sicura che ce la farà, anzi che ce la faremo insieme.”

Un incontro, un colloquio, un voler ascoltare, e la forza della vita si fa spazio.

Ho rivisto Bianca tante volte, in seguito; è arrivato anche Natale e lei ha portato un pacchettino per me. La rimprovero affettuosamente, ma subito mi dice:

“Non ho speso niente! Una mia vicina di casa mi sta insegnando a lavorare a maglia per preparare alcune cose per il mio bambino. Ho pensato a lei e le ho confezionato una morbida bambolina.”

Commossa ho disfatto il pacchetto; non era bellissima, la bambolina, ma raccontava la nostra storia.

L’ho tenuta stretta per dirle il mio grazie e il mio affetto.

Bianca aveva un’espressione gioiosa, quella di una giovane donna felice di non aver abortito, di aver custodito dentro di sé la vita del suo bambino che poi si è rivelato essere una bambina, Manuela, che ha riempito di senso la sua vita.

 

Articolo tratto da La Bussola Quotidiana

 

Cogitoetvolo