Dar senso alle note

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Il periodo di relativo rilassamento estivo mi permette, talvolta, di sfrondare quell’interminabile lista pendente sotto il titolo “cose-che-farò-quando-avrò-più-tempo”. Non starò qui a elencarvela, non penso possa neppure importare, basti sapere che da tempo desideravo rilassarmi un po’ ascoltando della musica: non che io non la ascolti durante il periodo lavorativo, certo, ma desideravo dedicarmi per un po’ di tempo solo a quello, ascoltare e riflettere, nient’altro.

Con gradualità, qualche minuto al giorno, ho intaccato quell’intonso ammasso di cartelle di musica classica scaricate nel corso dell’anno e mai ascoltate, se non di fretta, piluccate tra un’attività e l’altra.

Nei solitari, brevi e privilegiati momenti di incontro con i grandi compositori che mi sono concesso in questi ultimi giorni estivi, ho rifatto l’orecchio a quella che, generalmente, viene etichettata come “musica del passato”, tutt’al più capace di dilettare nonne e zie rafferme: ma certamente incapace di comunicare qualcosa alle giovani generazioni, che la rifuggono quasi fosse dannosa alle loro orecchie. Fortunatamente non sono l’unico giovane ad ascoltarla, ma non si può negare come sia stringata la percentuale pronta a darmi compagnia. Perché?

La musica classica, quella puramente strumentale, risulta forse più ostica proprio per l’alto grado di partecipazione che richiede all’ascoltatore. Lascia più liberi, non impone, invita, ammicca, con garbo, lascia un vuoto da riempire a proprio piacimento.

Usando un’immagine figurata, potremmo dire che la musica pop offre un colore, un disegno dai bordi netti e definiti, la musica classica, al contrario, suggerisce una sfumatura, uno sfondo di colore. Le parole delimitano la figura, riducono al minimo lo spazio d’azione, mentre lo strumento lascia aperto lo spiraglio verso i prati dell’immaginazione. Un assolo di piano va riempito di un’immagine, e questa sarà diversa per ogni singola persona che possa ascoltarla, condizionata dal filtro dell’esperienza vissuta. Ad alcuni rimanderà alla mente il puntellato candore della luna (o una propria esperienza legata ad essa), mentre ad altri le mattine trascorse in riva al mare. Una morbida sinfonia di violino accenna a vasti campi, magari, a momenti tristi e allegri della propria vita, o al viso del proprio bambino.

La musica, in questo modo,  non sarà mai la stessa per tutti: è la medesima fruizione a comportarne un’alterazione, un’aggiunta di senso.

In questo modo la musica diventa propria, ed è proprio in questo che risiede tutta la sua magia.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.