Dateci maestri!

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In questi ultimi giorni si parla tanto di riforma scolastica e del futuro della scuola. Ma l’esito positivo o meno della #buona scuola dipende in gran parte dalla presenza di veri Maestri.

L’alunno entra in classe più o meno svogliato.  Non sa che farsene dei numeri  e delle percentuali che intasano l’agorà virtuale. A lui sembra che manchi qualcosa. Come se tutti i severi signori che discutono, parlano,  e si azzuffano, trascurino ciò che è più importante e costitutivo: “Io ho solo bisogno di un maestro…”, sembra bisbigliare sottovoce.

E’ vero. Sono necessarie le riforme scolastiche, non si discute. Eppure…non ho intenzione di discuterne. Più che di riforme – o per meglio dire: oltre alle riforme –  la scuola ha bisogno di maestri. Parlo di maestri con la M maiuscola, di educatori che siano “più grandi”, come si ricava dall’etimo latino:  Magister (magis-ter: “più grande”, “sommo”). La scuola ne ha bisogno, oggi come ieri, come sempre, ed è forse questo il grido più accorato che si leva tra i banchi.

La #buona scuola. Essa dovrebbe essere il campo del sogno, del futuro, dei progetti; non un’aia angusta, popolata da batterie di studenti imboccati, tutti sottoposti all’identico regime alimentare. Dovrebbe esser un’ occasione concessa a tutti, in cui saggiare tutto ciò che di nobile è stato scritto, pensato, congetturato, dimostrato. Agli insegnanti, il compito di presentare tutto questo nel suo fascino effettivo.

Beninteso, non si tratta di impresa facile: per scalare un tale monte è necessario armarsi di passione, impegno, professionalità; dotazioni che non trovano terreno fertile nell’aridità del professore stanco, annoiato, che, lascia che gli alunni  e gli anni passino, insegnando sempre, stancamente, le stesse cose. Il professori dovrebbero essere i primi a imparare, ogni giorno, a ‘ricordare con rabbia’, senza mai appagarsi.  Persino il loro remoto progenitore, l’oratore Quintiliano, che nel I secolo d.C ricoprì la prima cattedra scolastica sovvenzionata dall’Impero, si indignava dicendo: “Non c’è categoria peggiore di coloro che, dopo aver imparato qualche cosa oltre i primi elementi, sono persuasi, a torto, di saper tutto. Infatti, si sdegnano all’idea di doversi ritirare per fare posto ad altri insegnanti e con aria imperiosa, e talvolta infierendo come in forza di un diritto autoritario, continuano ad insegnare la loro ignoranza”

Non sentiamo il bisogno di professori-funzionari – peggio!- impiegati pubblici,  tallonati dal pungolo del programma ministeriale, solo a questo intenti: a distribuire il pasto riscaldato di programmi ritriti, dilaniati dalle contingenze burocratiche. Opere letterarie presentate a brandelli  (antologia sarebbe una definizione troppo lusinghiera) come dal macellaio, guidati dalla mediocre bussola del “questo almeno lo si deve fare”. La scuola non esisteva ancora, ed il filosofo Eraclito, posto agli albori della cultura occidentale, già invitava profeticamente a difendersi dal puro nozionismo:  Πολυμαθίη νοὸν ἔχειν οὐ διδάσκει (Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza) . Un invito che suona più attuale oggi che allora, in una contemporaneità fieramente compiaciuta della Ricerca Google. Un frammento conciso e oscuro, come tutti quelli eraclitei, che getta luce su quale sia il senso dell’educazione (nel nostro caso quella scolastica),  che disattende le proprie aspettative, allorché si limita al far imparar cose.

C’è bisogno, ancora, ce ne sarà sempre, di educatori capaci di far sognare bambini e ragazzi, di pizzicare quelle corde interiori che fanno brillare gli occhi. Persone che sappiano leggere nel cuore di coloro che gli sono stati affidati, consapevoli della materia delicata e irripetibile che gli è stata posta tra le mani: l’animo, s’intende, l’interiorità dei loro alunni.  A loro è concesso l’impareggiabile privilegio , e la grave responsabilità, di insinuarsi fin lì dentro, dove niente è indifferente e tutto è importante, delicato, irripetibile.  Una mente sensibile e acuta come quello di Petrarca lo aveva ben capito: “se tutto dobbiamo ai genitori; molto ai benefattori, di cosa non siamo debitori a chi guidò e formò le nostre menti?”. Maestri; formatori del nostro intelletto, della nostra anima: come dei genitori se non di più, in alcuni casi.

A loro la responsabilità di  scorgere quel pezzetto di futuro nascosto in ogni ragazzo, predeterminato dalle sue attitudini intellettuali, inclinazioni, passioni; un tenero virgulto bisognoso di cura e attenzioni per poter estendersi. Loro, il compito di sentire quel bisbiglio, quel vento di futuro così silenzioso,  che talvolta solo un orecchio esterno e allenato può intercettare; scorgere quel punto che si proietta misteriosamente avanti nel tempo, ampliarlo, e dargli aria per crescere e svilupparsi. Degli esperti di umanità, prima di tutto, di questo c’è bisogno.

Il vero maestro, potremmo dire, prende per mano l’alunno, lo accompagna e lo nutre (questo invero, strictu sensu, è il significato proprio di alunno, vale a dire ‘colui che è nutrito’). Ma per essere davvero tale, deve anche saper essere esigente. Quale migliore esempio del Virgilio, duca  e signore di Dante? Esso, nei momenti di difficoltà, giunge persino a prenderlo per mano, sostenendolo fisicamente oltre che spiritualmente. Lo conforta nelle nubi del dubbio, nell’oscurità dello scoraggiamento, quando comprende che non potrebbe farcela da solo. Altre volte, ad occhio disattento potrebbe apparire fin troppo esigente e rigoroso, disinteressato al suo allievo, licenziato con frasi crude, quasi a dire “questo dovresti ormai saperlo da te!”. Ma sono proprio questi i momenti in cui il maestro ricopre a pieno il suo ruolo, quando si allontana.  Perché si sa, il maestro, prima o poi, deve anche abbandonare il suo alunno, quando esso è pronto a spiccare il volo con le proprie ali. Anche Virgilio abbandona Dante, terminato il tragitto del Purgatorio, lasciandolo al Paradiso della sua libertà. E sono di una bellezza commovente le parole del congedo, che ciascuno maestro dovrebbe  poter pronunciare, alla fine di ogni percorso di vita: “non aspettar mio di più né mio cenno;/ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,/ e fallo fora non fare a suo senno:/ per ch’io te sovra te corono e mitrio

 E fin  quando ci saranno ancora questi maestri, la scuola non dovrà temere nulla.

 

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.