David 2016: il miglior film è “Perfetti sconosciuti”

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Trionfa il cinismo della commedia, se così si può chiamarla, che vede un gruppo di amici messi alla prova dalla macchina della verità: il proprio smartphone.

Miglior film e migliore sceneggiatura: sono ben due i premi che il film “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese si è portato a casa dalla sessantesima edizione dei David di Donatello. La “commedia” ha spopolato nei cinema italiani, superando i 16 milioni di incassi, e ha fatto il giro del mondo arrivando al Tribeca Film Festival di New York, come unico titolo italiano. Chi però ha avuto modo di vedere il film, si sarà accorto che i panni della commedia non li veste affatto bene. Le aspettative create dalle numerose recensioni positive, che lo presentano come la miglior commedia italiana degli ultimi anni, vengono deluse da una trama che scivola nel cinismo, in cui le risate che suscitano le scene iniziali si fanno sempre più amare.

La trama è poco elaborata: tutto ruota attorno ad un gioco che viene proposto durante una cena tra amici di vecchia data. A tavola ci sono tre coppie sposate e un amico che all’ultimo decide di non portare la sua dolce metà. Il gioco consiste nel posare sul tavolo i propri smartphone e leggere ad alta voce ogni messaggio che arriverà nel corso della serata oppure rispondere alle chiamate in arrivo mettendo il vivavoce. Questo è il pretesto per mettere in scena una fitta rete di intrighi e trame ordite dal lato oscuro nascosto nella scatola nera di segreti che è diventato lo smartphone. Il tutto tocca i limiti dell’assurdo, sfociando in una parabola dove sono tutti perfettamente in grado di sostenere una doppia identità da Dottor Jeckyll e Mr Hyde senza mai tradirsi. In questo senso il titolo riassume in due parole l’idea di fondo del film: anche un gruppo di amici che sembrano conoscersi da anni, messi di fronte alla macchina della verità (dove il poligrafo è stato sostituito dal cellulare), non si rivelano altro che perfetti sconosciuti.

Si possono trarre numerose conclusioni dalla costruzione di questa trama: c’è chi ha evidenziato un messaggio di denuncia rispetto all’attaccamento sempre maggiore che abbiamo con i nostri telefoni. Se questo è davvero ciò che il film vuole trasmettere, forse il problema si trova nell’impostazione della trama perchè di fatto questo messaggio non arriva allo spettatore. Ciò che rimane è la sfiducia di chi si è affacciato su una serie di relazioni sociali e non vi ha trovato umanità. Non ci sono salvati ma solo sommersi nel mare di bugie in cui tentano di tenere a galla le loro relazioni. L’amore e l’amicizia sembrano governati dalla legge del tradimento. “Siamo tutti frangibili” afferma uno dei personaggi ed è vero, perchè tutti sbagliamo, credendo di essere nel giusto o a volte senza avere un valido motivo per farlo. Ma non siamo tutti bugiardi, depressi e disillusi, incapaci di avere un dialogo che non sia virtuale o di costruire delle relazioni sane con chi ci sta intorno.

Nessuno smartphone ci obbliga ad una doppia vita, se non siamo noi a crearcela. Ma se così fan tutti, come nel film di Genovese, la responsabilità del singolo viene ridimensionata e così siamo tutti un po’ colpevoli ma ci sentiamo meno soli. Così il finale ha un gusto amaro, lascia la sensazione che non valga la pena impegnarsi perchè tutto non potrà che finire male. Questo film può insegnarci ciò che non è una relazione, che sia d’amicizia o d’amore: non è consumare una persona per poi cercarne un’altra appena “non è più come prima”, non dura il tempo di una conversazione su whatsapp, non può essere spenta come un cellulare. Ai perfetti sconosciuti non resta in mano nulla più delle loro bugie racchiuse nei loro cellulari, cimeli di una vita che non si ha avuto il coraggio di costruire.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.