Depeche Mode: il suono elettronico dell’universo

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Forse, quando hanno iniziato nel 1980, i Depeche Mode non pensavano neanche loro che sarebbero diventati così famosi, al punto che la tournée mondiale in programma quest’anno da maggio si sta svolgendo negli stadi. Ancor più considerando il genere che da sempre frequentano, un electro pop venato talvolta di dark, costruito principalmente sulle architetture dei synth, che però ha fatto breccia nel pubblico e mantenuto, anzi aumentato, il loro successo in quasi trent’anni di onorata carriera.

Carriera che, seppur baciata da una costante popolarità, ha avuto i suoi momenti di bufera, con qualche cambio di formazione lungo il cammino e il momento difficile passato dal carismatico cantante Dave Gahan, culminato nel 1995 con il suo tentato suicidio dopo gli eccessi per droga.

Una pagina della storia dei Depeche Mode che poteva diventare buia e che per fortuna si è risolta invece con il pieno recupero di Gahan dopo una lunga cura riabilitativa. Tornato insieme agli amici di sempre, Martin Gore e Andy Fletcher, la macchina della band si è rimessa in moto per non fermarsi più.

Oggi, con alle spalle oltre 75 milioni di album venduti, i Depeche Mode aggiungono un altro brillante tassello alla loro ricca discografia con il nuovo Sound of the Universe, tredici brani spruzzati qui e là di sonorità industrial e vintage. Canzoni scritte per la maggior parte, come al solito, da Gore, con l’aggiunta della firma di Gahan, accreditato solo di recente come compositore, che formano un disco ampiamente sopra una spanna rispetto a ciò che passa abitualmente il mercato. La conferma che il trio inglese è in salute e pronto a continuare il suo viaggio nella musica, ieri come oggi. Alla faccia anche del nome che portano, Depeche Mode, che in francese vuol dire “moda veloce”.

Sono passati quattro anni dal vostro ultimo disco, Playing the angel. Perché questa lunga attesa?
Andy: Non siamo stati completamente inattivi. Abbiamo fatto un tour nel mondo sull’onda del successo di Playing the angel, per poi prenderci un po’ di riposo. Nel frattempo Dave ha realizzato il suo primo album da solista, che ha avuto ottimi riscontri di vendita, mentre Martin ha approfittato della pausa per comporre nuove canzoni. Alla fine dell’anno scorso, ci siamo ritrovati per mettere a punto questo progetto.

È stato complicato realizzare il nuovo album?
Dave: È filato via tutto con molta naturalezza, senza grandi problemi. Quasi tutti i brani hanno preso subito il volto che volevamo dare loro. Siamo molto orgogliosi del risultato ottenuto con Sound of the Universe.

Quanto c’è del vostro passato e quali sono gli elementi di novità presenti nelle canzoni?
Martin: Dopo molti anni di lavoro, sappiamo di avere un nostro codice espressivo ben preciso, un suono riconoscibile, a cui si aggiunge la caratteristica voce di Dave. Sono senza dubbio una specie di nostra “firma”, tuttavia in ogni disco cerchiamo di trovare soluzioni diverse rispetto a ciò che abbiamo finora fatto, di dare un volto contemporaneo ai pezzi.

Nel dare questo volto, a cosa vi siete ispirati?
Martin: Musicalmente è un album molto variegato, dove ci puoi trovare anche del soul e dello spiritual, ovviamente filtrati con la nostra sensibilità, mentre nei testi si parla di fede e redenzione. Sono comunque processi naturali, che nascono al momento dell’incisione, come certe sonorità scaturite dall’utilizzo di una serie di tastiere e chitarre vintage che ho scovato e comprato su eBay per dare un suono più caldo ai brani.

Nel disco precedente, Gahan aveva esordito come autore. E anche in questo ci sono sue composizioni. Sei stato dunque “promosso”?
Dave: Non è questo il problema. Semplicemente, oggi mi viene naturale scrivere anche per la band. Nel realizzare questo album non ci sono stati problemi o differenze nel lavorare sui miei pezzi o quelli di Martin, tutto è maturato in uno spirito di forte collaborazione. Lui ha fatto un lavoro straordinario per il disco e mi ha aiutato molto nell’arrangiare le mie canzoni. È stato sorprendente riascoltarle dopo i suoi interventi, apprezzarne i cambiamenti rispetto alla stesura iniziale.

Allora si può dire che il gruppo ha un altro autore “abile e arruolato”.
Dave: Non posso assolutamente paragonarmi a Martin come autore, anche solo per la quantità e qualità di composizioni che sforna e ha sfornato. Per il momento, mi sento come una buona riserva in panchina, pronto a entrare in campo quando serve. Non sono più, insomma, nello spogliatoio o in tribuna.

Il mercato della musica è in continua evoluzione, oltre che in crisi. Con quali prospettive i Depeche Mode affrontano questi cambiamenti?
Andy: In effetti, ogni volta che pubblichiamo un album troviamo una situazione diversa dalla precedente, ed è difficile da interpretare. Mi sembra ci sia una certa ripresa da parte delle case discografiche, che stanno risolvendo i problemi per il download selvaggio. Per quanto ci riguarda, abbiamo preso in considerazione varie possibilità per l’uscita del disco, compresa quella di gestirci in modo indipendente. Poi, per questo disco, ci siamo intesi ancora con la nostra etichetta, la EMI, che ha fatto un lavoro eccellente con i Coldplay.

Da anni affidate la vostra immagine al celebre fotografo e regista Anton Corbjin. Anche per questo progetto ha lavorato con voi?
Martin: Sì, ha realizzato le foto per la copertina e curato l’allestimento del tour: è lui che ha lavorato alle luci, alla scenografia e agli effetti visivi del palco. Con Anton, c’è ormai un rapporto fraterno e riesce sempre a capire le nostre esigenze.

Per questo tour suonate per la prima volta negli stadi. Non pensate che il vostro tipo di musica sia poco adatta a spazi così grandi?
Dave: È un’idea sorpassata pensare che solo le rock band possano suonare negli stadi. Per esempio, Madonna fa pop eppure offre un ottimo show. Quindi siamo convinti che anche una band come la nostra possa realizzare un concerto coinvolgente. D’altra parte, alcuni anni fa abbiamo già felicemente sperimentato l’esperienza esibendoci allo stadio di Pasadena, negli USA: tutti ci sconsigliavano di farlo, poi è stato un trionfo. Tuttavia, sappiamo che non è facile mettere in piedi uno spettacolo di queste dimensioni, è una sfida anche per noi, ma pensiamo di vincerla.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove, a firma di Claudio Facchetti.

 

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