Detroit

0

Un film potente che ci porta dritti dentro uno degli eventi più turbolenti della recente storia americana, interrogandoci su un tema quantomai attuale: cosa accade quando due popolazioni che condividono lo stesso spazio urbano non riescono a integrarsi fra di loro?

Se è vero che ogni popolo ha una sua anima specifica, che ne definisce le possibilità più proprie e ciclicamente lo porta a interrogarsi sulla sua identità, allora quella dell’America e del suo popolo è certamente segnata dalla tensione verso la conquista di una terra più o meno promessa, dalle grandi migrazioni degli uomini che hanno solcato il continente alla ricerca di un futuro migliore e dal difficile incontro e scontro fra indigeni e newcomers che ogni spostamento di enormi masse di uomini inevitabilmente porta con sé.

Nel suo ultimo film, uscito in anteprima italiana al festival di Roma, la regista premio Oscar Kathryn Bigelow chiama in causa ancora una volta il tema dell’integrazione come autentico destino dell’America, suo mito fondativo che non si esaurisce mai e non cessa mai di essere messo in questione.

Le grandi trasmigrazioni sul suolo americano hanno investito la città di Detroit, e poi la hanno abbandonata.

Fondata da cacciatori di pellicce in un punto di passaggio lungo il fiume fra il Canada francese ed i territori britannici – prende il nome dal francese détroit, “stretto”, dalla curva disegnata dal fiume –, ha sempre avuto nell’incontro fra popolazioni diverse la sua vocazione. I primi anni della sua storia sono segnati dalla ribellione che vide gli indiani presenti nel territorio opporsi agli inglesi. Anche la ribellione è insita nel dna di questa città fin dai suoi primordi.

Nella prima metà del secolo scorso, l’industria dell’automobilismo fondata da Henry Ford sprona la città alla crescita, attirando fiumi di manovali e operai, in gran parte neri provenienti dagli Stati del Sud. Il secondo conflitto mondiale e il conseguente fiorire dell’industria bellica non fanno che incentivare questo processo.

Ai poveri diavoli che abbandonano i campi della Louisiana o del Kentucky, l’industria dell’auto sembra solida, pronta a offrire non solo un salario ma assistenza sociale e sanitaria, insomma la promessa dell’inclusione in un tessuto sociale, in un ordinamento democratico. Questo sogno di integrazione però si rivela ben presto una nuova mascherata forma di schiavitù, alimentando una rabbia e un odio che iniziano a riversarsi per le strade come benzina. All’alba degli anni ’60, sarebbe bastato un fiammifero a farla esplodere.

È difficile riconoscere gli eventi decisivi nel momento stesso in cui accadono, si presentano come tutti gli altri e come loro scivolano via. Nessuno dei presenti si accorge di assistere a un momento fatale, spesso sono quelli che vengono dopo a farlo al posto loro.

Quando la polizia, la notte del 23 luglio 1967, entra in un bar senza licenza e lo evacua, difficilmente qualcuno degli agenti immagina che quello è l’inizio della rivolta che si scatenerà nei giorni successivi fra le strade di Detroit. Quella notte il fragile confine che separa l’ordine borghese e la democrazia dal caos e dalla violenza viene varcato. Nel tentativo di mantenere l’ordine di fronte a un vulcano in eruzione, la polizia del Michigan mette in scena un autentico massacro – vale la pena ricordare che all’epoca il 97% delle forze dell’ordine della città erano bianchi.

Il punto focale degli eventi della città diventa il Motel Algiers quando un nero, Carl Cooper, spara con una scacciacani sulla Guardia Nazionale. Convinte che nel palazzo si nasconda un cecchino, le forze dell’ordine irrompono con la forza. A guidarli un ragazzo o poco più, Krauss, su cui pende già una accusa di omicidio per aver sparato alle spalle a un nero in fuga e che pure tiene il fucile ancora in mano. Tutto nasce da un equivoco. Ma quando i poliziotti comprendono l’errore, devono a tutti i costi giustificare il cadavere che hanno lasciato al loro ingresso nell’edificio.

Un film potente è in grado di scuotere le coscienze del pubblico che guarda tanto quanto quelle dei protagonisti della storia che racconta. È il caso di Melvin Dismukes, giovane vigilantes afroamericano che entra nel Motel fiducioso di poter mediare fra le due istanze che rappresenta, quella del colore della sua pelle e quella della sua divisa, e che finisce per assistere impotente alla violenza e all’iniquità perpetrata nella Corte di Giustizia, che ne è il prolungamento. È il caso di Larry Reed, giovane afroamericano frontman dei “Dramatics”, che sogna di sfondare nella musica facendosi applaudire dai ricchi bianchi, e in una sola notte viene privato del suo sogno, che è quello dell’America intera.

Il cinema è l’arte della cristallizzazione: attraverso il particolare, mostra l’universale. Per questo il film, dopo una parentesi introduttiva, non si disperde fra le strade, ma si concentra in un luogo solo che diventa simbolo di tutto quello che avviene nella città al di fuori.

Coerentemente con questo principio, la regia della Bigelow ti tiene dentro, non solo dentro al motel per gran parte del film, ma dentro all’azione, alla situazione emotiva dei personaggi, dentro ai loro panni e non fuori. È uno stile particolare, più vicino a un docudrama che a un’opera puramente narrativa. Il direttore della fotografia Barry Ackroyd – quello dei film di Bourne – predilige la camera a mano, inquadrature piene, un susseguirsi di primi piani stretti, a tratti asfissianti, che restituiscono visivamente le difficoltà dell’integrazione e dello scontro in uno spazio “stretto”. Una camera che accompagna uno sguardo in modo quasi forzato, senza lasciarlo vagare a piacimento, ma piegandolo verso una direzione. Come le teste dei prigionieri costretti a guardare il muro, anche le nostre vengono premute contro la parete dello schermo quasi a forza da una tensione mai completamente sciolta.

Gli anni ’50 videro la città di Detroit raggiungere il suo apice. Quella che era la quinta città d’America giace oggi in gran parte abbandonata, come il relitto di una nave sul fondale della pianura del Michigan.

Questo film ci racconta il momento cruciale della sua storia, l’inizio della caduta. La città fantasma che è Detroit oggi ci lascia un monito che vale per l’America intera e che forse è più attuale che mai: quando l’integrazione non avviene, tutto ciò che resta è il dissolvimento.

Giacomo Taggi

Romano con una certa passione per la Filosofia. Scrittore e Sceneggiatore, amante delle storie in ogni loro forma.