Di cosa ridiamo quando ridiamo con Checco?

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La flebile speranza che ci resta è che Zalone possa riuscire, attraverso le risate, a instillare nel suo pubblico una scintilla di indignazione che ci trasformi, finalmente, in un Paese civile.

Entriamo, in punta di piedi, in uno dibattiti che in questi giorni infiammano il cinema italiano. E, come ogni dibattito italiota che si rispetti, la questione finisce sempre per allargarsi alla politica, tale da dividere il Paese in due opposte fazioni. L’annosa questio verte, nello specifico, su un personaggio che, in condizioni normali, non meriterebbe più di un nostro distratto pensiero, se non fosse che il suo film ha portato al cinema milioni di persone. Stiamo parlando, manco a dirlo, di Luca Pasquale Medici, più noto al grande pubblico come Checco Zalone.

Partiamo da una premessa importante. Quo vado? è prima di ogni cosa una commedia, ben scritta, ben congeniata e ben recitata, ma di certo non brillante, anche perché avrebbe richiesto una certa sottigliezza nelle battute, che sarebbero state meno immediate per il grande pubblico. Se andate al cinema, quindi, è chiaro che le aspettative debbano essere ridimensionate: siamo ben lontani dal sarcasmo alleniano o anche dall’allegria color pastello di Wes Anderson. Ma la ditta Zalone/Nunziante aveva l’obiettivo di far ridere in modo immediato e le risate, quando si guarda il film, certo non mancano.

Il punto, però, è un altro. Da dove nasce il così grande successo di Zalone? E, soprattutto, siamo davvero consapevoli di cosa ridiamo quando ridiamo con Checco?

Il protagonista del film non incarna lo stereotipo dell’italiano medio, ma è l’italiano medio. E’ impiegato in un ufficio della provincia e si gloria di avere un posto fisso, e di conseguenza uno stipendio, senza fare assolutamente nulla. Conosce alla perfezione la sottile differenza tra corruzione e concussione, ma le chiama “educazione”. Un tale eroe del posto fisso, difensore del pubblico impiego, non può che essere un quarantenne che vive con i genitori, con la mamma che gli stira accuratamente le camicie e il papà che paga le bollette.

Su questo background narrativo, si susseguono sullo schermo una serie quasi infinita di gag comiche rivolte alle categorie più disparate: dalle donne, nate solo per pulire e per fare le segretarie, ai vegetariani, dagli immigrati, accolti in Italia solo se capaci di giocare a calcio, ai disabili e contenti di esserlo, pur di conservare il tanto agognato posto fisso. Tutto ciò potrebbe essere di certo divertente, se non avessimo la consapevolezza che la maggior parte della cosiddetta opinione pubblica è perfettamente d’accordo con lui. Forse non ci rendiamo conto con esattezza che quando ridiamo di Zalone, in realtà stiamo ridendo di noi.

Checco è un italiano come noi, conosce il nostro Paese, conosce i nostri difetti ma non ne prende più di tanto le distanze. Il suo non è un film di denuncia, anzi strizza l’occhio all’italiano medio che affolla le sale dei cinema, inconsapevole che la risata che tanto lo allieta in quel momento è una risata che dovrebbe rivolgere a se stesso. L’italiano medio, infatti, parcheggia perennemente in doppia fila, non comprende che il verde del semaforo non ha bisogno del suo clacson e non riesce a fare la raccolta differenziata.

La flebile speranza che ci resta è che Zalone possa riuscire, attraverso le risate, a instillare nel suo pubblico una scintilla di indignazione che ci trasformi, finalmente, in un Paese civile. O – ma forse è chiedere troppo – possiamo sperare che le donne che non si rassegnano a fare le segretarie, i vegetariani a cui la carne non piace davvero, gli uomini che lavorano ogni giorno con abnegazione e diligenza escano dalla sala prima della fine del film, pensando: “No, caro Checco, io non sono come te!”

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.