Di protesta studentesca scrivono tutti

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Di protesta studentesca scrivono tutti, da sempre, da almeno quarant’anni. E la stanchezza nella ricezione del messaggio, anche questo si sa, è uno dei principali drammi dello studente che protesta. Gli anni ’70 sono archiviati da tempo e si sono portati via sia l’originalità che la legittimazione della manifestazione di dissenso. Così il giovane, nel suo ruolo di cittadino-in-potenza, non solo risulta ripetitivo e pretestuoso, ma sembra vivere di fascinazione verso quell’epoca, volere adempiere ad una certa ritualità cristallizzata.

Viene poi mossa alla mia generazione un’altra critica, quella di immaginare un cambiamento basato sugli stessi fondamenti culturali dei suoi padri. Questo benché la struttura sociale, bersaglio naturale di ogni protesta, sia costituita proprio da loro. Le conclusioni di tutte queste affermazioni sono intricatissime, più o meno malevole, più o meno indulgenti. Ci sarebbe da dilungarsi su quanto sia ingiusto privare qualcuno della possibilità di esprimersi perché chi l’ha fatto prima di lui si è perso o è tornato sui suoi passi, si potrebbero fornire dati e argomentazioni per dimostrare che no, non siamo pretestuosi, ma anzi navighiamo in un mare più sconfinato che mai.

Voglio invece parlare di un altro punto di accusa, quello che riguarda la fascinazione verso gli anni ’70. Questi, come del resto qualsiasi decennio e per esteso qualsiasi periodo storico, portano con sé un vasto repertorio di immagini, oltre al ben noto “codice della protesta”. È innegabile che manifestare appoggiandosi su schemi predefiniti conferisca sicurezza e, perché no, anche una maggiore autorevolezza. E’ innegabile anche la componente dell’autocompiacimento, di cui non sottovaluto la portata angosciante, considerando che porta con sé le tracce minacciose del culto dell’immagine.

Ma io non credo che chi protesta si serva degli anni ’70 solo in termini di utilitarismo e autocelebrazione. Paradossalmente, prima ancora che terrorismo, prima che morte, stragi e violenza, gli anni ’70 sono speranza, fiducia, futuro e progresso. Le vedo scritte, queste quattro parole, e quasi provo compassione per me stessa, tanto sembrano anacronistiche. Futuro e speranza certo non le userei per descrivere l’attuale sentire comune. Progresso? Vedo piuttosto disprezzo per il passato che parlava di progresso. Fiducia? Forse è l’aspetto di cui più sento la mancanza. In questo scenario ci si può forse indignare se per un giorno al mese, una settimana all’anno, i giovani si ritagliano sprazzi di anni ’70?

Negli ultimi mesi il mio liceo e le altre scuole cittadine hanno organizzato iniziative di vario genere per portare avanti l’informazione e la sensibilizzazione. E, oltre all’evidente compiacimento un po’ stucchevole nell’utilizzo di vecchi termini, vecchi slogan, vecchie strumentazioni (perché utilizzare un microfono quando è disponibile un megafono bianco e celeste?), io ho visto ragazzi insospettabili leggere i giornali, intervenire e dire la propria opinione (elementare pratica che in situazioni normali sembra essere caduta in disuso), piazze piene, la nostra bella piazza della Loggia accogliere nel suo abbraccio rinascimentale un’assemblea studentesca aperta alla cittadinanza.

Cari adulti, giovani di quarant’anni fa, mi piacerebbe potervi dire, con un impeto di ottimismo incondizionato, che se i vostri anni ’70 non vi piacciono più e lasciate che i loro aspetti migliori vengano sciupati e declassati, allora potete consegnarli a noi, come abiti smessi; vorrei poter dire che noi sapremmo trattarli meglio. Ma non ve lo posso dire. Lasciateci almeno le briciole. C’è gente disposta ad investire sui vostri scarti per costruire qualcosa di bellissimo.

Articolo scritto da Silvia Morelli

Cogitoetvolo