Diamo voce alla nostra libertà

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Guardo impaziente l’orologio: sono già le 7:55. Sto aspettando l’arrivo dell’autobus da oltre mezz’ora. La pensilina è gremita di studenti e lavoratori: molti inveiscono contro i servizi pubblici, i manifestanti che creano tanti disagi, il governo; altri si affannano alla ricerca di soluzioni alternative; qualcuno rinuncia e s’avvia verso casa. Così trascorrono altri dieci minuti, gli sguardi fissi al fondo della via nell’attesa che, prima o poi, si materializzi la sagoma arancione del pullman.
Alcuni ragazzi propongono di raggiungere la scuola a piedi. Ormai la prima ora di lezione è iniziata; se ci affrettiamo possiamo arrivare per l’inizio della seconda. Infilo le mani in tasca e mi aggrego alla serpentina di studenti. Poco più di tre chilometri ci separano dall’edificio scolastico.
È il 10 dicembre 2013. Il pungente rigore dell’inverno sembra accanirsi sulla pelle, sento i piedi rattrappiti e mi dolgono le spalle. Penso con disappunto: “Proprio oggi doveva capitarmi di andare a scuola a piedi, oggi che, con il vocabolario di latino, lo zaino è un macigno!” Maledico in cuor mio questa situazione e chi l’ha provocata. Un moto di rabbia mi assale: “Accidenti ai Forconi! E poi chi sono, cosa vogliono?”.  M’indispettisce il fatto di dover subire questo disagio a causa di un modo d’agire che non condivido, che non mi appartiene. E mi sento defraudata del mio piccolo scampolo di libertà.
Finalmente arrivo a scuola. Mancano diversi miei compagni e alcuni insegnanti. In classe si sta discutendo sui problemi di viabilità, sui disagi provocati dai blocchi istituiti dai manifestanti a Torino e dintorni. La situazione è confusa, le informazioni  frammentarie e spesso contraddittorie. Mi siedo al mio banco lasciando cadere pesantemente lo zaino: sono stremata e non ho voglia di parlare.

Il giorno successivo, l’11 dicembre,  il giornale dedica ampio spazio ai fatti accaduti in città. Leggo avidamente cercando risposte convincenti alle mie domande, al bisogno di trovare una giustificazione al disagio subito. Mi soffermo sul Buongiorno di Gramellini. Racconta di una ragazza che è stata minacciata e spintonata perché aveva deciso di tenere aperto il suo negozio. “Chiudi o ti spacchiamo tutto.”  È stata costretta ad abbassare le serrande.
Giro le pagine. Ecco un altro articolo che parla di libertà negata: “Razan Zaituna, la più importante attivista antiregime siriana, è stata rapita ieri pomeriggio … Un gruppo di uomini mascherati è entrato nel Centro di Documentazione delle Violazioni dei Diritti Umani a Duma e l’ha sequestrata …” Dopo aver denunciato la strage con i gas operata dal regime siriano, era stata costretta a vivere in clandestinità cambiando continuamente rifugio. Nonostante ciò non aveva voluto rinunciare al suo lavoro nel Centro continuando coraggiosamente a denunciare soprusi e violenze.
Mi sento superficiale e presuntuosa. In fondo, ho solo fatto un tratto di strada a piedi e sono arrivata tardi a scuola. Il mio esagerato vittimismo non ha ragion di essere, diventa parola senza suono, onda senza moto.
La libertà invece non deve perdere né voce né impeto. Non deve essere zittita, deve poter gridare e affermare il suo vigore: libertà di manifestare, ma anche di non farlo, di parlare o di tacere, di proseguire o di fermarsi. Libertà di scegliere.
La libertà ha però ali fragili: è una falena troppo vicina alla luce. Va difesa e custodita; va vissuta senza sconfinare in quella altrui, protetta senza alzare muri per difenderla, sostenuta senza doversi guardare alle spalle.
Non voglio dar giudizi sommari sulle modalità della protesta popolare né tantomeno esprimere sentenze banali. L’età e l’inesperienza non me lo permettono. Di una cosa sono certa: la libertà non può essere negata. Quando essa tenta di sopraffare quella altrui, ecco che perde la sua essenza. Alla libertà dobbiamo essere educati, per accoglierla e per trasmetterla, per imparare a viverla. Perché solo quando si perde qualcosa se ne scopre la vera importanza.

 Articolo scritto da Elisa Scovazzi

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