Diciott’anni: un’età, un’ansia

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Ieri piccoli, oggi grandi, capito? E domani? Domani è come ieri.

Cantava invano Renato Zero: un’indagine telefonica della Gallup (l’Istat americana) ha provato che i migliori anni della nostra vita non sono quelli giovanili. Testando un campione di 340.000 persone dai 18 (i sospiratissimi 18!) agli 85 anni, si è trovato che i diciottenni stanno “discretamente bene”, mentre i trentacinquenni galleggiano nello stress neofamiliare, che culmina sulla soglia dei cinquant’anni. Da lì in poi tutto liscio come l’olio: gli ottantacinquenni si dichiarano pienamente soddisfatti della loro vita, ne hanno compreso il senso e l’hanno guardata negli occhi, e ora si godono allegramente la meritata senilità. Alla faccia dei reumatismi.

Ma le statistiche contano ben poco: quando un ragazzo si lamenta della propria adolescenza incappa nel tabù dell’ingratitudine esistenziale, gli rispondono col leopardiano: “godi, fanciullo mio, stato soave“! Codesta età fiorita, ci ricordano i grandi, non tornerà più. E se finora l’abbiamo vissuta nella più serafica insignificanza, ci toccherà ben presto darle un senso: dopotutto stiamo per sfiorare i diciott’anni, lo zerbino dell’età adulta.

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Mani ai capelli. Fulmini e saette. In trecentosessantacinque giorni dovremmo: fare del codice stradale il nostro vangelo, comprare il giornale per ricavarne una coscienza politica faidate, rimediare alle carenze sportive, spuntare la lista di bambinate nascondendoci dietro la precaria definizione di “ancora minorenne”, partecipare ai compleanni guardando bene i locali per trarne ispirazione per il nostro, osservare il futuro degli altri allo stesso scopo, informarci su tre facoltà con la piena certezza che sceglieremo la quarta, sostenere un esame di stato che darà accesso ad un’istituzione in cui vivremo di esami, diventare gente seria, darci un contegno, fingere di aver capito tutto, sorridere, annuire e andare (dove?) avanti (ma dove?).

Arriva dunque il fatidico giorno in cui il futuro ci si srotola davanti come un papiro egizio sigillato male, la data delle date in cui le ragazze diventano principesse e i ragazzi pinguini pettinati, e l’universo ci tiene a ricordarci che una volta eravamo piccoli, ora siamo grandi e che questo passaggio è avvenuto proprio oggi, tra le lacrime della nonna e il filmato di auguri degli amici. Ieri piccoli, oggi grandi, capito? E domani? Domani è come ieri.Risultati immagini per maggiore età nel mondo

In Iraq le donne sono maggiorenni a nove anni, e soffiando sulla metà delle nostre candeline acquisiscono il diritto di essere condannate a morte per il minimo sgarro al tradizionalismo. La maggior età si alza a quindici in Iran, sedici negli USA, diciassette in Corea del Nord e ventuno in Egitto, passando per i venti in Giappone. In quest’ultimo si celebra la seijin no hi, la festa nazionale tenuta ogni anno il secondo lunedì di gennaio, quando i maggiorenni si recano agli uffici comunali vestiti come nobili; ha origini nel primo secolo dopo Cristo, quando un giovane principe si fece bello per celebrare la propria età adulta.
Tagliò i capelli e mise abiti nuovi. Non aveva patenti da prendere o politici da votare, del resto era lui a governare. Sentì il bisogno, a un certo punto, di diventare bello e grande insieme, per non essere né un adulto inadeguato né un bel bamboccio. Così realizzò un miracolo di cui è responsabile più il cuore che l’orologio: crebbe.

Senza ansie da prestazioni, senza diventare un numero ambulante, senza tremolare biascicando “E adesso?”.

“Non cambierà niente”, che augurio infelice. Dovrebbero continuare dicendoci: “Cambialo tu“.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.