Dickens 200

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Oggi, 7 febbraio 2012, il mondo celebra i 200 anni della nascita di Charles Dickens uno dei grandi della letteratura inglese e universale. Anche noi di C&V vogliamo celebrare questa ricorrenza pubblicando un’intervista esclusiva a uno dei suoi personaggi più riusciti, Oliver Twist.

La nebbia sale dal fiume nascondendo ogni cosa: le chiatte che navigano languidamente, le grigie case, le strade coperte da uno strato limaccioso, i pochi passanti intabarrati nei loro cappotti abbottonati fino al mento. La nebbia attutisce i rumori, riempie i vicoli. Le insegne delle locande sono macchie di colore indistinte. La nebbia è ovunque.

Londra abbraccia così i suoi abitanti e così accoglie i turisti.

Lungo il fiume è pieno di locali sordidi ma caratteristici, teatro degli affari più loschi o di incontri misteriosi. Da secoli barcaioli, marinai, operai e barboni li frequentano, vi si ubriacano e cercano rogne. In uno di questi, chiamato Casa Desolata, mi infilo, guardingo, ma senza paura. Abbiamo scelto questa location perché ci è sembrata la più adeguata per celebrare il 200° compleanno del nostro comune amico Charles.

“Amico, è riduttivo. Per me è molto più che un amico. Lo considero il mio vero padre” mi ha detto Mr. Twist quando gli ho proposto questo incontro, poche settimane fa. In effetti è il padre che non ha mai avuto, e anche la madre visto che la sua è morta pochi minuti dopo averlo dato alla luce abbandonandolo alle scarse cure dei gretti inquilini di un ospizio di mendicanti. Amico indiretto, invece, per me, uomo del XXI secolo, che lo conosco attraverso i suoi scritti, che ho amato e amo. E che mi parlano di lui, della sua vita.

Mr. Twist, Oliver come mi ha detto di chiamarlo, ha già preso un tavolo in fondo alla sala più interna della bettola, un angolo che la luce fioca della stanza lascia in ombra. Mi fa un cenno quando mi vede, lo raggiungo al tavolo e ci stringiamo la mano senza dire una parola. Ha una età indefinibile, ma che certamente supera i venticinque. Indossa un abbigliamento semplice e a suo modo elegante e si muove con gesti misurati ed accorti. Mi tolgo il cappotto e lo appoggio su una sedia libera e mi siedo. Mi osserva mentre asciugo gli occhiali che la condensa ha appannato. Pochi secondi dopo un garzone porta una bottiglia di vino già aperta e due bicchieri. Tiro fuori il mio taccuino e lo appoggio sul tavolaccio di legno grezzo mentre lui versa il vino e me lo offre.

“Charles Dickens. Dimmi di lui” gli chiedo dopo un lungo sorso di vino che riscalda il cuore e scioglie la lingua.

“Quando io sono nato, nel 1837, si era da poco affacciato alla ribalta culturale grazie al Circolo Pickwick, una raccolta di divertenti avventure in stile picaresco, pubblicato a puntate su una rivista. Il successo era subito arrivato.  Ma con me era la prima volta che si cimentava in un romanzo di genere completamente diverso, più simile a quelli che hanno caratterizzato, negli anni successivi, la sua produzione. Denuncia sociale, ambientazione vittoriana. Aveva deciso di pescare di più dalle sue esperienze di vita: la povertà negli anni dell’infanzia, il lavoro nella fabbrica di lucido da scarpe, i mesi trascorsi in prigione, dove suo padre era stato rinchiuso insieme alla famiglia (a quei tempi si poteva fare) a causa di ingenti debiti di gioco. Questa esperienza e il contatto con i detenuti devono averlo segnato profondamente, a giudicare da come ha dipinto bene personaggi come Fagin e Bill Sikes, nelle pagine della mia storia. Ma se vuoi sapere qualcosa di più su questa storia della prigione dovresti rivolgerti alla piccola Dorrit. La conosci? Le sono molto legato, la sento molto vicina a me. Entrambi, infatti, abbiamo sperimentato il contrasto tra una vita miserabile, ma a volte ricca di autenticità, e gli ambienti lindi, ma a tratti un po’ falsi, della borghesia. Lei più di me te ne saprebbe parlare, avendo vissuto in un carcere. E chissà che suo padre, che anche negli anni della prigione non ha mai perso il senso della dignità, non abbia in sé qualche tratto del padre di Charles. Sì, direi che il suo successo cominciò proprio nel ‘37, quando uscirono le prime puntate del mio romanzo sulle pagine della Bentley’s Miscellany. Quello stesso anno era anche diventato papà, non solo in senso autoriale, ma anche in senso biologico (anche su quel fronte è stato piuttosto prolifico con sette figli e tre figlie)”

“E che tipo era? Dico nella vita, tra gli amici, in famiglia…”

“Mah, direi che era un gran lavoratore. Sai, il feuilleton non è genere facile. Ci vuole una costanza e un lavoro notevole, per rispettare le scadenze e tenere tutto sotto controllo, molti personaggi, ambienti, dettagli. E senza l’ausilio di computer e mezzi tecnologici. Carta e penna e poco più. E poi ci sono gli umori del pubblico, la ricerca del colpo di scena che tenga desto l’interesse dei lettori, i contatti con i direttori delle riviste, farsi pagare. Non è cosa facile ma lui riusciva a tenere tutto in piedi. Anche se alla lunga lo stress lo ha provato. Sai, negli ultimi anni, col successo che aveva raggiunto, a tutta questa attività di scrittura si aggiunsero i viaggi e le letture pubbliche. I medici provarono a sconsigliarlo, ma lui faceva orecchie da mercante e così affrontò anche diversi impegnativi viaggi negli States. Aveva bisogno di un contatto diretto con il suo pubblico. E non c’era facebook… Comunque se vuoi conoscere dettagli e impressioni descritti da lui stesso devi assolutamente leggere il Copperfield. Ci sono un mucchio di elementi autobiografici in quel libro, a cominciare dal lavoro che finisce per fare David, il cronista parlamentare.”

Lo osservo e quasi non lo riconosco. Il ragazzino timido, sporco e ingenuo, che era stato prelevato dall’orfanotrofio per fare il garzone di un becchino, che era poi scappato a Londra per finire dalla padella nella brace incappando in una combriccola di ladruncoli, che aveva subito le angherie di un ebreo senza scrupoli per essere poi salvato da gente buona (e dalla buona sorte), adesso mi sta davanti sicuro di sé, ben vestito e con una buona loquela…

“A proposito di viaggi: che mi dici dell’incidente? Me ne sai parlare?”

“Ah, fu una disgrazia. Ma nella disgrazia una fortuna! Tieni presente che disgrazie e fortune sono ingredienti fondamentali nei romanzi di Charles, come forse sai. Ma veniamo a quel che successe quel giorno. Pensa che avvenne il 9 giugno, lo stesso giorno della sua morte, ma cinque anni prima, nel 1865! Era in treno, si dice insieme alla sua amante Ellen, relazione che lui aveva mantenuto segreta ma venne alla luce in quel frangente. E all’improvviso il treno deragliò, mentre attraversava un ponte. Cinque vagoni caddero giù, e solo uno si salvò, quello in cui si trovava Charles. Fortuna? Miracolo? chi può dirlo. Si racconta che si diede molto da fare per soccorrere i feriti dell’incidente. E, una volta salvate le persone, tornò indietro al suo vagone a recuperare il manoscritto del suo ultimo romanzo, come ricorda nella postfazione, con la sua classica ironia: Ricordo con immensa gratitudine che non fui mai più così vicino dall’abbandonare i miei lettori che allora, allorquando si sarebbero potute porre in calce alla mia vita, le due parole con le quali ho quest’oggi terminato questo libro:—THE END. Certamente l’esperienza lo segnò profondamente, tanto che negli anni successivi evitò di prendere treni e quando vi era costretto lo fece sempre con apprensione.”

Mentre mi parla lo studio, questo campione di umanità come lo ha definito il suo autore, e più che realistico mi pare reale. Ci sono scrittori che i loro personaggi riescono a descriverli con tale dettaglio che ti sembra a un certo punto che possano staccarsi dalla pagina e mettersi a camminare nelle strade del mondo, o magari darti uno schiaffo per risvegliarti, mentre li osservi con meraviglia e rapimento. Come se lo strano fossi tu. Dickens è certamente uno di questi scrittori. Anche se questo Oliver Twist che mi sta davanti non credo si azzarderebbe mai a mettermi le mani addosso. Ha subìto la violenza e ora se ne tiene lontano. Violenza. Per associazione di idee mi viene in mente la povera Nancy. Ricordo che quando lessi di lei quasi me ne innamorai.

“Parlami di Nancy” gli chiedo.

Sospira e lascia passare qualche minuto in silenzio. Sembra ripescare dalla memoria ricordi cari. “Che donna! Le ho voluto bene come a una sorella. La vita è stata dura con lei, e se pure si è data via con troppa facilità e se la intendeva con quel violento di un Sikes, però non meritava la sorte che le è toccata. Sì, si ubriacava, rubacchiava, ma aveva un cuore e una sensibilità fuori dal comune. Era come un giglio in un letamaio, e io le devo molto. Dobbiamo imparare a non giudicare con troppa superficialità le persone, che spesso si rivelano migliori di come appaiono. Lo diceva Charles, con saggezza: Gli uomini che tengono in considerazione la natura e i loro simili e piangono perché tutto è scuro e cupo sono nel giusto; ma i colori foschi sono i riflessi dei loro occhi invidiosi e dei loro cuori. I veri colori sono delicati e hanno bisogno di una visione più pulita.”

“E’ vero. Spesso i difetti più che negli altri, sono nella nostra testa, nel nostro sguardo. Eppure non si può negare che i vostri erano tempi difficili, tempi di forti contrasti sociali, di miseria morale e di povertà. Tutto questo è abbastanza evidente nei suoi romanzi. Da qualche parte devo avere letto di un personaggio che come lavoro faceva quello che recupera i cadaveri nel Tamigi (pare che trovarne fosse all’ordine del giorno…). E non posso dimenticare un’immagine che mi è rimasta impressa: un enorme cumulo di immondizia che a un certo punto diventa paradossalmente fonte di ricchezza. Geniale.”

“Sì, ma non illuderti! Non è che oggi ve la passiate meglio, voialtri. Il progresso è andato avanti, molte situazioni sono cambiate. Ma l’uomo è sempre lo stesso. Le persone nelle fabbriche e anche fuori vengono sfruttate, gli arricchiti pensano di essere i padroni del mondo, e l’arrogante sfrutta il debole. E poi i cumuli di immondizia li avete anche voi nelle vostre città. Tutto cambia ma tutto resta uguale. Forse è per questo che i suoi romanzi sono sempre attuali e si meritano il nome di ‘classici’. Ma ora come allora quel che è importante è non lasciarsi andare, fare le scelte giuste e reagire alla miseria, soprattutto quella morale. E non dimenticare che i tempi difficili sono anche tempi di grandi speranze…”

Ci rifletto e ha ragione: la speranza non è la luce abbagliante del sole, ma quella piccola luce che, nelle tenebre più fitte, offre un punto di riferimento verso il quale muoversi, senza inciampare negli ostacoli che ingombrano lo spazio…

Da lontano si odono i rintocchi della campana. Il tempo a mia disposizione è finito e dobbiamo lasciarci. Ci sarebbero decine di altre cose che mi piacerebbe scoprire su Charles Dickens, sui suoi romanzi, sul suo modo di vedere le cose. Ma mi vedo costretto a rimandare ad una prossima occasione. Se ci sarà, una prossima occasione. O magari a un incontro con qualche altro personaggio di questo mondo di carta.

Usciamo dalla taverna. Davanti alla porta Oliver Twist mi prende per un braccio. “Cosa fai questa sera?” mi domanda.

“Nulla di particolare” rispondo, consultando il mio taccuino.

“Ti va di venire da Nicholas Nickelby? Dà una festa per celebrare la ricorrenza di oggi. I duecento anni vanno festeggiati. Ci saranno tutti: Mr. Dombey col figlio, Edwin Drood, David, Sam Weller e i simpaticoni del Circolo. E chiaramente ci saranno le ragazze: Estella, Agnes, Bella Wilfer. Stappiamo una bottiglia di quello buono e ci raccontiamo le nostre storie, in amicizia. Vieni, ti divertirai!”

Non ci penso due volte e gli confermo la mia presenza. Devo solo trovare qualcosa da mettermi addosso. So che Charles all’abbigliamento ci teneva (i grandi uomini difficilmente sono troppo scrupolosi nell’attendere al loro abbigliamento, soleva dire). Ma dove lo trovo adesso un cappello presentabile?

Per approfondire:

La pagina di Wikipedia su Charles Dickens

Il sito ufficiale Dickens 2012

Opere di Dickens in lingua originale scaricabili gratuitamente (progetto Gutemberg)

Opere di Dickens in italiano scaricabili gratuitamente (Liber Liber)

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.