Dieci anni dopo

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L’11 settembre, sino al 2001, non era una data significativa, un anniversario particolare. Tutt’al più era il compleanno di una zia o l’anniversario di matrimonio di qualche coppia. Certamente non era una data critica a rischio terrorismo, anche perché, sino al 2001, il terrorismo non era una minaccia incombente per l’Occidente.

Non c’erano precedenti storici che facessero intuire o temere alcunché. Era un anonimo martedì mattina newyorkese; tutti si erano, come sempre, diretti al lavoro e alcuni di loro, come sempre, verso il World Trade Center. Tutto sembrava accadere “come sempre”, quasi a seguire una tranquillizzante routine. Eppure quel “come sempre” era destinato a scomparire dai libri di storia per l’11 settembre 2001; nulla fu più come prima. Tre aerei furono infatti dirottati e fatti schiantare contro le Twin Towers, a New York, e il Pentagono, il Dipartimento della Difesa in Virginia.

Domani, nel decimo anniversario della tragedia, centinaia di celebrazioni ne ricorderanno, in ogni parte del mondo, le 2974 vittime innocenti: impiegati, banchieri, passeggeri dei voli dirottati, e ancora medici, paramedici, agenti di polizia e vigili del fuoco, martiri del loro eroico mestiere. Le immagini di quel giorno sono, forse, tra le più famose di sempre: come dimenticare le torri infocate che collassano dopo essere state investite dall’impatto con i due aerei, velocissimi ed impazziti? Ma soprattutto una fotografia è incancellabile dalle nostre menti, la celeberrima “The falling man”, dell’uomo immortalato nel suo ultimo, disperato tentativo di avere salva la vita, nel suo gettarsi dall’alto dei grattacieli per sfuggire alle fiamme che lo avrebbero divorato comunque.

È una pagina di storia che ci parla di dolore, di morte, quella dell’11 settembre. E soprattutto noi, dieci anni dopo, guardiamo ad essa con la cognizione di quanto è successo in seguito, sapendo della dichiarazione di guerra che ne è seguita. Il sangue delle vittime di quell’attentato ne ha generate altre, durante la cosiddetta “guerra al terrorismo” dichiarata, all’indomani della strage, dall’allora presidente degli Stati Uniti George Bush. In un primo momento, la risposta all’offesa venne diretta verso l’Afghanistan, controllato dai Talebani e ritenuto complice degli attentati, essendo accusato di aver volontariamente ospitato i terroristi. Ma nel 2003 l’intervento americano, definito “guerra preventiva” all’insegna della neutralizzazione di ogni mira terroristica, si espanse anche in Iraq, ipotizzando il possesso di armi di distruzione di massa e un coinvolgimento del dittatore Saddam Hussein con Al-Qaeda. Circostanze poi smentite dalla storia.
Come spesso accade, anche in questa vicenda il sangue ne ha tristemente generato altro e la conta delle vittime da quel giorno non si è più fermata. I morti sono centinaia di migliaia ed è difficile, se non impossibile, approdare a cifre definitive ed attendibili, anche a causa dell’elevatissimo numero di civili coinvolti.

Esistono nella storia dell’umanità dei punti di svolta, a partire dai quali il corso di essa cambia radicalmente direzione, spesso in modo tragico. Il nostro secolo ha avuto inizio con un evento che lo ha sconvolto e ne ha mutato le vicende e le speranze; “pietra angolare del terzo millennio” l’ha definito qualche giornalista. Con l’11 Settembre 2001 l’America, e insieme a lei l’Occidente tutto, ha imparato a fare i conti con la paura, l’angoscia degli attacchi, il terrorismo. Dopo quel giorno è per noi naturale essere perquisiti in aeroporto, passare attraverso metal-detectors all’ingresso di musei e chiese e, anzi, nutriamo una sorta di paradossale disagio quando non ci viene chiesto di passare i nostri effetti personali sopra al nastro visualizzatore a raggi-x, come se non fossimo abbastanza protetti.

Abbiamo imparato da quel lontano settembre, ma ancora così vivo nei ricordi, ad avere paura. Delle minacce continue di Al-Qaeda, dei messaggi diffusi da Al-Jazeera, dei kamikaze. Troppe cose sono cambiate, troppe persone sono morte quel giorno e da quel giorno. Uomini e donne come noi, come i nostri genitori e i nostri figli, innocenti ed ignari come noi. Per questo motivo ciascuno di noi ricorda esattamente dove era e cosa stava facendo in quel momento, perché è come se il dramma potesse indifferentemente aver colpito anche noi.

Ci siamo scoperti vulnerabili, perché il mondo, tutto il mondo, era stato colpito laddove non aveva saputo aspettarselo, in un’anonima mattinata di un anonimo settembre newyorkese. New York, il moderno ombelico del mondo. Le Twin Towers, le moderne colonne d’ercole. Sotto i colpi del terrorismo, il gigante dai piedi d’argilla crollava ed era messo in ginocchio.

Una cosa è auspicabile per le commemorazioni di domani: che nei discorsi delle autorità, così come nelle preghiere ufficiali e in quelle nascoste nel cuore di ogni uomo, siano ricordate tutte le persone che da e a causa di quell’11 settembre sono morte, tutte le vittime innocenti della tragica guerra che ha avuto inizio con gli attentati a New York e al Pentagono e che si è ben presto spostata su altri fronti. E che questo non sia letto come un affronto alle vittime delle Torri Gemelle e ai loro cari, ma, anzi, sia la presa di coscienza dell’essere tutti uniti, di fronte alla morte, in un unico grido di dolore e di brama di pace vera.

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.