Dio e Popolo

0

Ho letto col dovuto rispetto e con molta ammirazione gli editoriali, apparsi su questo sito, che hanno tentato di smontare, in parte riuscendoci, il mito dei “Padri della Patria”. Uno degli ultimi, tratto dal sito “Dimensioni Nuove”, riporta una dura critica nei confronti di Giuseppe Mazzini, per la verità non supportata da seri riscontri storici. Parlare di Mazzini come il “teorico del pugnale” è il risultato di una gravissima miopia storica e di una lacunosa conoscenza del suo pensiero politico e religioso. Per non parlare poi della agghiacciante definizione di Mazzini “profeta laico” e del suo presunto odio per la religione cattolica. Infine, l’accostamento ai terroristi di oggi e di ieri ha qualcosa di incredibilmente onirico, da far sorridere (o piangere, a scelta) gli storici più accorti.

Sono io lo “storico più accorto”? Lungi da me una simile attribuzione di merito. Prima di leggere l’opera di Denis Mack Smith conoscevo davvero poco dell’argomento. Chi? Denis Mack Smith, grande storico inglese, oggi novantunenne, già collaboratore di Benedetto Croce e Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per i suoi studi sulla storia italiana dall’Unità al dopoguerra. Mr. Smith si è impegnato a tracciare, con incredibile accuratezza, la figura di Mazzini, eccezionale ideologo e politico, ma soprattutto “infaticabile educatore dall’etica irreprensibile”. Il Mazzini dipinto da Smith, con maestria senza pari e con un riferimento costante ad un numero impressionante di fonti storiche, è finalmente il vero Mazzini, raccontato senza alcun pregiudizio ideologico. La Storia, infatti, non può essere ideologica, perché altrimenti non è Storia, è solo pettegolezzo senza valore.

E’ giusto, attenzione, che non si trascuri un’accurata analisi dei fenomeni storici italiani, primo fra tutti il Risorgimento, e si ridimensioni senz’altro il valore di alcuni personaggi, forse un po’ ambigui, come Cavour o come lo stesso Garibaldi. Questa operazione tuttavia non dovrebbe mai spingersi fino a stravolgere il senso della Storia, perché non tutto si può demolire, non tutto è marcio, non tutto è fatalmente compromesso. Cercherò, dunque, in questa sede, di smontare alcune affermazioni che l’articolo suddetto ha riportato parlando di Mazzini.

1) Un primo punto da specificare obbligatoriamente è quello che riguarda gli “esili dorati”. Non si tratta di un problema importantissimo, ma fa capire bene come già dalle premesse la figura del Mazzini risulti mal inquadrata. Mazzini visse in esilio, appunto, quasi tutta la sua vita. Riuscì a morire a Pisa, sul suolo italiano, solo grazie ad alcuni travestimenti degni di un film di spionaggio. Visse una vita pressoché di stenti, segnato dal precario stato di salute, guadagnandosi da vivere con la sua attività saltuaria di giornalista e traduttore, assai poco remunerativa, e con le pie offerte della madre. Non teneva quasi nulla per sé, tanto da poter vivere solo in appartamenti spesso fatiscenti e comunque dotati di pochissime stanze, e devolveva gran parte dei suoi esigui risparmi alla causa della liberazione. Un italiano che non poté vedere quasi mai l’Italia, e non solo a causa degli austriaci. Anche il governo piemontese, in un’Italia appena diventata “Nazione”, lo perseguitò senza pietà, impedendogli sempre l’ingresso nel suo Paese, intercettando la sua corrispondenza, condannandolo anche a morte in contumacia. Una condanna a morte che non si materializzò mai, anche a causa della sua fama, che faceva tremare tutti, da Metternich a Cavour. Questo non impedì al governo piemontese di tenerlo spesso in carcere, una delle ultime volte a Gaeta, con cinque navi da guerra che presidiavano la costa con i cannoni puntati contro di lui. Parlare di esili d’oro costituisce, dunque, un’affermazione gratuita e falsa.

2) Il teorico del pugnale. Non esiste un’espressione che si adatti di meno alla figura di Mazzini. Per farsene una ragione bisognerebbe innanzitutto sapere che egli, eticamente e politicamente, aborrì sempre lo strumento della violenza e della lotta armata. Non a caso uno dei suoi acerrimi “nemici”, da un punto di vista ideologico, fu Karl Marx, che si rifiutò di esprimere pubblicamente il suo cordoglio alla notizia (falsa) della sua morte. Marx e Mazzini si erano scontrati dialetticamente più volte, su due temi fondamentali: violenza e religione. L’affermazione della violenza di classe, da parte di Marx, non era giustificabile secondo Mazzini, che invece proponeva l’armonia e la collaborazione tra i ceti sociali. Era sì cosciente che occorreva garantire al popolo condizioni di vita umane e la fine dello sfruttamento, causa ultima della stessa violenza, ma non era assolutamente d’accordo con i metodi duri del comunismo di Marx. Mazzini non fu mai mandante di omicidi o attentati, pur affermando che non poteva biasimare chi, oggi e nel passato, fosse stato mosso dalla volontà di “uccidere il tiranno”. Spesso, diceva, questo costituiva un passaggio inevitabile (come nel caso di Bruto e Giulio Cesare), ma che lui non condivideva.

3) L’altro tema era la religione. Mazzini “profeta laico”? I suoi contemporanei gli rimproveravano spesso proprio il contrario, cioè di essere troppo religioso. Egli non condivideva l’ateismo di Garibaldi (con cui peraltro ebbe un rapporto tutt’altro che sereno), ma più in generale non condivideva l’opinione di chi, come Marx, negava Dio in nome del materialismo gretto e disperato, e negava quindi l’influenza di Dio nella Storia. Mazzini ribadì sempre, specialmente nei suoi scritti religiosi (spesso un po’ criptici), il valore “religioso” della Storia, permeata dalla Provvidenza divina, che non avrebbe mai permesso, pur nella libertà di coscienza degli uomini, l’instaurazione sulla Terra di un “regno del male”.

Lì dove vi fossero stati episodi di violenza, Mazzini suggeriva sempre di lasciare in pace il clero. Ovviamente non condivideva le scelte corrotte di certi Papi, che proponevano addirittura un intervento militare austriaco in Italia e arruolavano mercenari dalla Svizzera e dall’Irlanda, e considerava questo atteggiamento la vera causa di una progressiva perdita del sentimento religioso in Italia. Una perdita che doveva essere impedita, perché la liberazione dallo straniero sarebbe stata opera di “Dio e (del) popolo”, motto che egli ripeteva quasi sempre, a sottolineare la collaborazione tra la Provvidenza e l’intervento umano. Non era di certo un cattolico di ferro, anche se partecipava spesso ai riti cattolici, ma aveva un’autentica venerazione per Gesù Cristo e per il Vangelo, considerava il cristianesimo “un immenso passo avanti nella storia dell’umanità” e biasimava la Riforma luterana per aver spezzato l’unità dei cristiani. Auspicava piuttosto una riforma spirituale che avrebbe allontanato sempre di più la Chiesa dai beni materiali, e che sarebbe culminata in un Concilio che avrebbe segnato una tappa fondamentale per la Chiesa Cattolica. In una lettera all’amica Harriet King, cattolica praticante, scrisse: “Amatelo Dio, di un amore sincero, disinteressato, incondizionato come quello di un bambino per la madre …”. Non condivideva, nel modo più assoluto, l’idea di uno Stato agnostico e di una visione statale totalmente “laica”, tanto che Pisacane considerò le sue idee “teocratiche”. Considerava la visione cristiana “la più sacra manifestazione dello spirito dell’umanità, che avanza continuamente verso un ideale che, prima o poi, si dovrà realizzare”. Ernesto Bonaiuti, nella sua monumentale Storia del Cristianesimo, poté definirlo “la figura religiosamente più eminente del nostro risorgimento nazionale”. Le sue ultime parole prima di morire furono, secondo la sua amica Janet, “Credo in Dio”. Devo continuare?

Per ragioni di spazio, non ho potuto proporvi un quadro completo di questo grande “vate” della nostra Storia, ma spero che questo mio intervento sia il punto di partenza per un approfondimento e per una proficua discussione.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.