Diploma o laurea: sì o no?

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Già oggi sono laureati il 17% dei baristi, il 32% delle massaggiatrici, il 26% delle indossatrici. E il divario tra formazione universitaria e attività lavorativa non farà che ingigantirsi in futuro. Perché da oggi al 2018 l’economia assorbirà solo 300.000 ingegneri di software, contro 500.000 baristi.

I dati provengono da un’indagine dell’U.S. Bureau of Labor Statistics, accessibili al sito cew.georgetown.edu/jobs2018 e riportati su Repubblica, 14 febbraio 2011 in un interessante articolo del corrispondente negli Stati Uniti Federico Rampini.
Dati che non possiamo ignorare, se il nostro Paese da tempo ripete i fenomeni che provengono da oltre oceano e sempre più è destinato a ripeterli nell’economia globale.

Dei segnali, d’altra parte, di questo cambiamento di rotta in direzione dei lavori “manuali” si sono ormai evidenziati: basti pensare all’attività di idraulico, sempre più necessaria e ben retribuita, o certe attività di “pronto intervento” chiamate in causa nel momento in cui la vita sempre più frenetica crea problemi che non siamo in grado di risolvere da soli.

Negli Stati Uniti, la rivalutazione delle “arti e mestieri” passa anche attraverso il linguaggio, per cui i giardinieri sono “addetti alla paesaggistica degli spazi verdi” e le badanti sono “assistenti domestiche per la salute”. Ma non è necessario, questo espediente, per rendersi conto dell’importanza che assume, per ciascuno di noi, chi è in grado di allietarci, o alleggerirci, l’intera esistenza, nei suoi vari aspetti e manifestazioni.
Nel caso dei “new jobs”, infatti, nell’indagine portata avanti dal Bureau of Labor Statistics, i settori trainanti per le assunzioni si collocheranno tutti nel campo dei servizi: due milioni e settecentomila in più saranno gli addetti telefonici per reclami, guasti, richieste di informazioni e gli impiegati di telemarketing; 1,8 milioni di camionisti troveranno occupazione nelle consegne a domicilio che si moltiplicheranno parallelamente allo sviluppo delle vendite on line.

Varrà dunque la pena di abbandonare progetti ambiziosi e aspirazioni culturali coronati, spesso, da una laurea? Quel “di più” che i genitori di questa generazione hanno cercato di dare ai loro figli?
Non si direbbe, se già oggi, nel nostro Paese, la concorrenza nelle selezioni si gioca tra diplomati e non diplomati, a tutto svantaggio di questi ultimi. Lo dicono i dati sull’impiego in attività commerciali, dove si preferisce un personale ritenuto più pronto, fornito di una certa preparazione culturale sia pur generica. Chiedere titoli di studio superiori, inoltre, semplifica l’attività dei selezionatori, perché opera uno screening preliminare, eliminando i candidati che si ritengono, a torto o a ragione, meno attrezzati e quindi meno produttivi per le aziende. Le imprese, quindi, conclude la ricerca, alzeranno sempre più il tiro, e questo farà sì che, entro il 2018, nel mondo del lavoro saranno richiesti 22 milioni di laureati in più.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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