Discender l’Ignoto per trovarvi nel fondo, alfine, il nuovo!

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Polvere bianca sparsa sul tavolo d’avorio. Inspirazione profonda. Estasi epifanica. Abbandono totale di ogni legame con il razionale, annientamento definitvo del vincolo mondano. Puro piacere canalizzato attraverso i sensi, “porte della percezione” spalancate sull’infinito. Questi i tratti salienti di un’artista maledetto. Un Baudelaire perso nella sua foresta di simboli, un Blake mentre desublima la scienza newtoniana attraverso l’immagine, un Rimbaud smarrito tra le sue sue vocali trasudanti oscurità.

Questi gli stessi tratti che constraddistinguono larga parte di quella generazione moderna composta per lo  più da giovani insoddisfatti che trovano conforto nel fascino del male.

Quel male che paradossalmente eleva lo spirito, quella dissolutezza spensierata che ci sottrae ai freddi meccanismi della solitudine quotidiana, quello stesso mortificante senso di vuoto che si incastra tra il cuore e il costato non lasciandoci respirare.

Gli artisti ” romantici”, “decadenti”, esaltavano l’alterazione della psiche, quei processi conoscitivi intimamente legati all’universo del sogno che permettono di mettere, seppur parzialmente a fuoco, l’essenza celata dietro le cose.  L’identità tra oggetto e soggetto, il confine tra il proprio “Io” ed il mondo circostante, quando distorto dal delirio dell’allucinazione si fa labile, sottile come un filo di lana imbrigliato nella matassa, lacerato come neuroni intaccati dalla malattia.

L’uso frequente di sostanze stupefacenti e psicotrope diventa un topos quando la vita artistica si sovrappone a quella privata, quando il piano dell’individualità psichica si confonde dietro il collettivismo culturale. La droga si fa da veicolo principale, così come da catalizzante per patologie neurologiche, quando per il “maledetto” l’esigenza di evadere diventa prioritaria, la prospettiva di trascorrere un’esistenza relegata ai margini della società non proietta alcun timore. Le conseguenze, note agli sviluppi del nostro mondo , affondano dunque le loro radici proprio nella mente malata di un dandy decadentista con la convinzione di una dimensione distorta del reale, interpretabile solo attraverso l’allegoria dei simboli ; radici che continuano a diramarsi all’interno di un malessere interiore che ci trasciniamo sulle spalle da quindi troppo tempo; carcassa divorata da vermi ed in considerevole stato di putreafazione poichè non sepolta da quando la rivelazione del Sublime ha scelto le vesti del Male per manifestarsi.

Cosa spinge dunque un essere umano, che sia un artista decadente o un giovane rampollo dissoluto, a voler alterare le proprie percezioni attraverso l’uso di droghe? Cosa porta l’individuo consapevole ad annientare il reale pur di superare il confine stabilito che in precedenza qualcuno ha tracciato per noi? L’impossibilità di volare alto nell’azzurro, il timore di essere considerati ridicoli in una dimensione dove l’utile, l’interesse, la razionalità calcolatrice, trasformano l’uomo in merce ; quella noia, quello “spleen”, sintomo di una cupa depressione che abbatte gli uomini di ogni epoca. E la pazzia prende il sopravvento, si è forestieri della propria stessa vita, la si rifugge alla ricerca di una realtà meno estranea a cui solo puo’ giungere un assiduo mangiatore di oppio. Sostanze chimiche o naturali che siano, in un primo momento rivelanti una vergine energia spirituale, ma che nell’istante immediatamente successivo dichiarano un’amara estenuazione, una repressione dell’Io, un’analisi tetra della propria malattia e debolezza. Ma se come l’araba fenice fossimo in grado di rinascere dal grigio pulviscolo delle ceneri? Se fossimo in grado di cogliere ciò che di più puro e genuino gli artisti maledetti ci hanno voluto tramandare? Esiste un antidoto al Male. Sono la ricettività dei sensi, la facoltà propria dell’uomo illuminato che si dedica al Bello dell’Arte, il decifrare l’occulto, quella sensibilità privilegiata che mette l’essere umano in comunicazione con ciò che è al di là delle apparenze , quella comprensione dell’ineffabile attraverso il contatto con il Bello, lo stupirsi nel trovare del nuovo in fondo all’ignoto delle nostre inquietudini più profonde. Questi i punti da cui ripartire, queste le uniche possibilità, gli unici elementi in grado di salvarci, fornire una chiave di lettura per questa realtà dalla quale vorremmo eternamente sfuggire, e dalla quale verremo eternamente riacciuffati.

Articolo scritto da Laura Santomauro

Cogitoetvolo